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Giffoni 2016 – Incontro con Luca Marinelli

Uno dei protagonisti della scorsa stagione cinematografica, con “Non essere cattivo” di Claudio Caligari e “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti: abbiamo incontrato Luca Marinelli al Giffoni Film Festival 2016. Vista la verve dimostrata e la qualità dei contenuti emersi, iniziamo, per una volta, con il resoconto dell’incontro con i ragazzi delle giurie.

Il tuo personaggio dello Zingaro in “Lo chiamavano Jeeg Robot” ricorda molto il Joker di Heath Ledger ne “Il cavaliere oscuro” di Nolan. Ti sei ispirato a lui?

Ci sono sempre delle ispirazioni, naturalmente, anche inconsapevoli, guardiamo qualcosa che ci piace e un po’ di quella cosa rimane in noi. Posso dire che il Joker di Jack Nicholson, l’Hannibal Lecter di Anthony Hopkins, il caravaggesco e strepitoso Joker di Ledger, sicuramente, sono tra le cose più forti a livello recitativo che io abbia mai visto. Un attore, come dicevo prima, guarda le cose, le introietta, e poi cerca di rifarle, o quantomeno ci prova.

Cosa pensi della crisi attuale del cinema italiano? Perchè i produttori scelgono sempre la via più facile per arrivare ai grandi incassi?

Perché vogliono fare soldi, e se i film incassano cercano di ripetere all’infinito la formula che credono vincente. Non è possibile, al contempo, che “Non essere cattivo” abbia rischiato di non vedere mai le sale, rischio che si è corso anche per Jeeg Robot, Gabriele Mainetti ha dovuto aprire una sua casa di produzione, e buon per lui che avesse i fondi necessari a farlo. Io dico che bisogna fidarsi del pubblico, il pubblico è intelligente, può vedere di tutto, basta farglielo arrivare in sala.

I personaggi principali che hai interpretato nella tua carriera, Cesare, lo Zingaro, ma anche il tuo ruolo ne “La grande bellezza”, hanno sempre grandi aspirazioni, spesso frustrate dalla durezza della realtà. Può essere proprio la bellezza di Roma, della tua città, che influenza e provoca queste grandi aspirazioni?

Interessante quello che hai detto, Roma ha un ritmo tutto suo, ha un cinismo “comico”, una depressione romantica, e indubbiamente essere romano mi ha aiutato a confrontarmi con quei personaggi, ho già quei ritmi, quei tempi …

È stato più difficile interpretare lo Zingaro o Cesare di “Non essere cattivo”?

Sono state due avventure meravigliose, non posso e non riesco a scegliere. Li si accomuna spesso perchè secondo molti sono due “cattivi”, ma io non sono per niente d’accordo. Cesare non è cattivo, è disperato, e sono stati alcuni carcerati che ho incontrato durante una delle presentazioni del film che lo hanno definito così, e io davvero credo che non ci sia bisogno di aggiungere altro.

In “La solitudine dei numeri primi” interpretavi un personaggio con un trauma infantile trascinato fino all’età adulta. Hai studiato o incontrato persone reali con queste esperienze?

Era il mio primo film, ero emozionatissimo. Il lavoro con Saverio Costanzo è partito molto prima delle riprese, anche perchè dovevo avere un cambiamento fisico che ha cambiato molto anche me, e di questo mi sono accorto poi solo in seguito. Ho incontrato dei bambini afflitti dalla sindrome di Asperger, ho incontrato Paolo Giordano, l’autore del libro, mi sono preparato moltissimo.

Il tuo modello attoriale, se ne hai uno?

Ogni film che ho visto mi ha ispirato in qualche modo. Vedere belle cose ti aiuta sempre a fare belle cose, possiamo sintetizzare così.

Se questi due film, parliamo sempre di “Non essere cattivo” e Lo chiamavano Jeeg Robot”, fossero arrivato in un momento diverso pensi avrebbero avuto lo stesso successo? E’ il momento giusto per provare a fare un po’ di cinema “diverso” anche in Italia?

Devo dire che io tutta questa crisi nel cinema italiano non la vedo, in tutta onestà. Faccio parte della giuria dei David di Donatello dal momento in cui sono stato nominato per “Tutti i santi giorni”, abbiamo un sito dal quale possiamo guardare tutti i film italiani dell’anno, e devo dire che vedo tanti film davvero belli, che magari poi non arrivano nemmeno in nomination.

Guido di “Tutti i santi giorni” e lo Zingaro vivono nella stessa Roma, cosa li fa diventare così realistici, così credibili?

Probabilmente è tutta la struttura che hanno intorno, il regista, lo sceneggiatore, tutto questo contribuisce a rendere “reali”, come hai detto tu, questi personaggi. A volte, quando ti mandano questi script meravigliosi da leggere, vorresti correre immediatamente a fare il provino. Chiudo questa risposta con una citazione di cui non mi ricordo l’autore, ma mi sembra particolarmente calzante: “Osservare il quotidiano è elevarlo”.

Ti senti un ragazzo maledetto quanto i tuoi ultimi personaggi?

No, sono una persona abbastanza normale, qualunque cosa questo voglia dire, un po’ tormentata magari, ma normale.

Alessandro Borghi, qui qualche giorno fa, ha dichiarato di aver subito una sorta di perdita dell’io mentre interpretava Vittorio. È successo anche a te?

Accade inconsciamente. Per “Non essere cattivo” ci sono due momenti che sono rimasti scolpiti nella mia memoria, uno è il primo provino con Alessandro, quando ci siamo subito “riconosciuti”, non riesco a trovare un termine migliore. Un altro momento è stato quando abbiamo girato la scena in cui ci picchiamo nel bar di Vittorio: la mattina in cui dovevamo girarla non ci siamo parlati, nemmeno salutati, e non ce l’eravamo detto prima, per tre ore ci siamo ignorati. Quando poi abbiamo fatto la scena, e Caligari ha dato il “buona”, ci siamo abbracciati per più di un minuto.

È importante per un attore, per te, avere una preparazione accademica? Cosa pensi di quei registi che invece utilizzano gli attori trovandoli per strada, non professionisti?

La prendo un po’ alla lontana: non bisogna rovinare la propria energia, marcire, parlare male o giudicare gli altri, e lo dico soprattutto perchè è successo spesso anche a me, non voglio fare la morale a nessuno. Non dobbiamo lamentarci perchè non ci arrivano le occasioni giuste, bisogna sempre pensare che è anche un po’ colpa nostra. Mai essere categorici, è molto pericoloso per se stessi guardare al mondo con rabbia, lo sottolineo ancora una volta perchè lo ritengo importante, specie farlo capire a voi che siete molto giovani.

Sulla questione della distinzione tra attori con preparazione accademica e non, io dico che ci sono diverse scuole di pensiero. Il professionismo è importante, ma non possiamo assolutamente affermare che si può essere attori solo dopo aver frequentato una scuola, altrimenti non avremmo avuto tanti attori meravigliosi nella storia del cinema. La cosa fondamentale non è essere professionisti ma professionali, questo non è un lavoro scientifico, è “magico”, c’è qualcosa d’inspiegabile, ed è proprio questo il bello. L’attore accademico rischia di perdere la spontaneità, quella freschezza che magari un regista trova in un non professionista.

Hai lavorato con registi molto diversi, come Paolo Sorrentino o Gabriele Mainetti. Chi ti ha lasciato più libero di trovare da solo il tuo personaggio?

Esperienze molto diverse. Purtroppo con Sorrentino ho lavorato solo tre giorni, ne “La grande bellezza” avevo una piccola parte. Lui venne a vedermi a teatro, e dopo lo spettacolo ricevetti un messaggio con la sua chiamata; mi piacerebbe lavorare di più con lui, mi piacerebbe lavorarci ancora.

Con Gabriele il rapporto è stato completamente diverso, più personale, abbiamo davvero costruito tutto insieme attraverso una lunga preparazione, il lavoro è durato due mesi. Con Gabriele, con Claudio Santamaria, con Ilenia Pastorelli, con gli attori che facevano parte della banda dello Zingaro abbiamo inventato scene che non c’erano nella sceneggiatura, abbiamo trovato le canzoni giuste. Mainetti si è fidato di me e io di lui.

Come ci si sente a lasciare per sempre un personaggio a fine riprese?

Un film è come una vita, inevitabilmente a un certo punto finisce. “Non essere cattivo” è stata un’esperienza ultraterrena, che che pare non finire mai perchè l’abbiamo portato ovunque in giro per oltre un anno, sono ancora qui a parlare di questo, mi sento ancora pervaso dallo spirito di Claudio Caligari. Non porto più i capelli di Cesare, non vesto più anni 90, ma ogni volta che rivedo il film mi emoziono al quadrato, perchè so cosa c’è dietro quelle scene.

Quali sono le doti che deve avere, secondo te, un buon attore?

Un buon attore deve ascoltare, essere presente sulla scena con le antenne dritte per carpire ogni cosa. Diceva il mio maestro Carlo Cecchi alla “Silvio D’Amico”: “Non lasciatevi in camerino”. La seconda qualità fondamentale, per me, è il coraggio, non avere mai paura di osare e di sperimentare cose nuove.

Ti piace interpretare i cattivi?

Ogni attore ti direbbe di sì, perché è divertente, è terapeutico, è un fiume in piena, quando mai capita nella vita di avere la libertà di abbandonarsi ai propri istinti che io ho provato interpretando lo Zingaro?

Di seguito, una sintesi dell’incontro con la stampa, che si chiude con un commosso omaggio a Claudio Caligari.

Come gestisci la tua notorietà? Vivere all’estero ti aiuta a distaccarti un po’ dalla tua fama in Italia?

Io vivo questo momento abbastanza improvviso di notorietà in maniera strana ma bella, è stato davvero un anno pieno di cose, di fatti, di eventi bellissimi. Non mi chiedo perché la celebrità sia arrivata ora e non prima, dico semplicemente che i film vanno visti, e “Non essere cattivo” e “Lo chiamvano Jeeg Robot” sono stati visti.

Cosa ci puoi dire dei prossimi progetti ai quali parteciperai?

Ho già girato due film dove ho piccoli ruoli, che però mi è molto piaciuto interpretare, “Lasciati andare” di Francesco Amato e “Tutto per una ragazza” di Andrea Molaioli, tratto da Nick Hornby. Non ho ancora visto i film però, e non vedo l’ora di farlo. Poi ho anche fatto un film da protagonista che ho finito di girare ai primi di maggio, “Il Padre d’Italia” di Fabio Mollo, insieme a Isabella Ragonese, io e lei partiamo dal nord d’Italia e arriviamo fino in Calabria, è una sorta di road-movie.

I personaggi di Cesare e dello Zingaro hanno entrambi alle spalle un vissuto complicato. Pensi che la visione di questi film possa in qualche modo aiutare chi ha davvero questo vissuto?

Credo e spero di sì. Spero di non dire una scemenza gigantesca, ma a Tor Bella Monaca esiste un circolo “Jeeg Robot”, e ho ricevuto tanti grazie per “Non essere cattivo” per aver dato voce ad alcune tipologie di “reale”, anche per “Jeeg Robot”, che comunque non parte da Gotham City ma, appunto, da Tor Bella Monaca. Il film ha dato a me la possibilità di conoscere luoghi in cui non ero mai stato prima, uguale per Ostia, dove ho passato due mesi, abbiamo incontrato tanta gente, detenuti, pazienti di centri di recupero … Diciamo che non sono sicuro di aver aiutato io loro, ma di sicuro loro hanno aiutato me, mi hanno fatto capire meglio quelle sacche del Paese che non conoscevo.

Hai raccontato ai ragazzi la costruzione del personaggio dello Zingaro, io invece ti chiedo di parlarmi di Cesare di “Non essere cattivo”. Quanto era scritto e quanto sei riuscito a metterci di tuo, quanto hai soltanto recitato la rabbia che lo pervade e quanto invece hai cercato di provocartela davvero, il tuo rapporto con Claudio Caligari, tutto quello che in merito ti va di raccontarci …

L’iter è stato sempre lo stesso, si parte da una sceneggiatura scritta meravigliosamente, ve lo assicuro, dovrebbero pubblicarla, una sceneggiatura pazzesca, mi ricordo che mentre la leggevo la mia compagna mi si avvicinava e mi chiedeva come stavo, perché mi vedeva sudato, coinvolto, scosso. Scritta da Giordano Meacci, Francesca Serafini e Claudio Caligari, mi piace ricordarlo. Il copione mi ha già regalato qualcosa di gigantesco, che mi ha attivato una serie di ricordi, di visioni, roba magari vissuta da ragazzo, gli incontri anche casuali con certi personaggi, tutto è prepotentemente ritornato alla mente, perché in quel momento mi serviva, lavorativamente.

E poi c’è stato l’incontro con Claudio Caligari, una cosa che purtroppo non posso più augurare a nessuno perché Claudio non è più qui, ma potete per fortuna incontrarlo quando volete nel film, quello rimane per sempre. Ho incontrato un tipo di cinema emozionante, una persona che portava dei messaggi, dei valori ai quali non ero abituato, molte volte senza nemmeno bisogno di parlare, bastava guardare come faceva quello che faceva. Già avere a che fare con una persona che sa di dover morire e continua a preoccuparsi del film, del set, è una cosa potentissima: una volta mi disse che “non bisogna avere paura sul set”, è una cosa che non dimenticherò finchè campo.

Poi, per parlare di cose più pragmatiche, è stato particolare indossare quel “costume” anni 90. I pantaloni a vita alta, il cappello, i capelli, aver dovuto dimagrire perché Claudio ci voleva più asciutti, più nervosi, parlare con persone, trovare su YouTube filmati di gente reale, di cose forti. Tra le sue indicazioni c’erano anche alcuni film che dovevamo vedere, tutti quanti.

Puoi dirci quali sono?

Certo. Gli altri suoi due film, “Amore tossico” e “L’odore della notte”, e poi “Accattone”, “Rocco e i suoi fratelli” e “Mean Streets”. Io li avevo già visti tutti, ma me li sono ripassati volentieri.

 

Foto di Giovanni Marotta

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