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Giffoni 2016 – Incontro con Nicholas Hoult

Gentile e disponibile nei vari incontri con i ragazzi ai quali si è sottoposto qui al Giffoni Experience 2016, l’attore britannico Nicholas Hoult è stato il protagonista assoluto della terzultima gionata della manifestazione.

Il protagonista di “Warm Bodies”, “Mad Max: Fury Road“, il nuovo “Equals“, in uscita il 4 agosto e in concorso alla scorsa edizione della Mostra di Venezia, e l’Hank McCoy/Bestia delle nuova serie degli X-Men ha riempito la Cittadella del Cinema di schiere di ragazzi giunti da tutta la provincia di Salerno per ottenere un autografo, un contatto visivo, anche solo per partecipare semplicemente all’evento collettivo.

Ed è proprio dell’incontro con i ragazzi delle giurie che diamo conto nelle righe successive, con Hoult sempre pronto a rispondere e quasi a scusarsi per il divieto di contatto fisico imposto dalla nutrita security. In sala, davvero non si sa a far cosa, magari da semplice fan (è stato il protagonista di uno degli incontri istituzionali della mattinata) anche il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio.

Come hai affrontato i tuoi personaggi di “Mad Max” e “Warm Bodies”, due ruoli davvero poco consueti?

Per “Warm Bodies” siamo andati in un sorta di scuola per zombie, dove c’insegnavamo a muoverci da morti viventi, abbiamo provato per ore in grandi parcheggi vuoti e, naturalmente, abbiamo visto tutto il cinema precedente sugli zombie. In “Mad Max” il mio personaggio era ammalato (interpretava Nuxin, ndr), quindi lì ho dovuto imparare a muovermi come uno con dei problemi. Il regista George Miller ha mischiato varie locations reali per poi integrarle nel mondo postapocalittico che aveva in mente di rappresentare, ed ho dovuto imparare la giusta postura per guidare credibilmente quei veicoli meravigliosi inventati per il film. I truccatori, poi, per quel film hanno fatto un lavoro incredibile.

Hai interpretato una serie di personaggi fantastici, come quello in “X-Men”. Come ti prepari prima di un ruolo?

Ogni volta è completamente diversa dalle precedenti. Leggo il copione, ascolto il regista, c’è chi vuole l’improvvisazione e chi no, a volte il ruolo è più fisico e quindi richiede una specifica preparazione anche in quel senso, altre volte più cerebrale, e magari mi si richiede di leggere prima il romanzo dal quale il film è tratto. Insomma, ogni volta parte una nuova avventura, ogni volta diversa.

Qualcuno dei tuoi personaggi ti ha cambiato anche nella vita reale?

Ho interpretato molte volte personaggi che avevano a che fare con dei risvegli, e ogni volta che ci si risveglia da qualcosa si attua un cambiamento. Qualcuno dei miei ruoli mi ha anche aiutato a rivedere delle decisioni nella mia vita, che credevo giuste e invece erano sbagliate.

Ci parli un po’ del tuo ruolo in “Skins”?

È uno show che è piaciuto molto ai giovani perchè nessuno fa prediche o ti dice cosa devi fare calandosi dall’alto, gli autori erano tutti ragazzi coetanei dei protagonisti e quindi sono riusciti a scrivere materiale in sintonia con i giovani attori e con il pubblico che credevano dovesse essere quello di riferimento.

In “Skins”, a un certo punto, il tuo personaggio diventa paraplegico. Ti sei ispirato o relazionato a qualche persona reale con questo problema?

Sì, ho incontrato una persona che aveva avuto un incidente simile. Ma la cosa piu’ difficile, nonostante la preparazione e le scuole che ho detto prima, è stata quella di trovare la camminata giusta per “Warm Bodies”. Quello che alla fine si è rivelato piu’ funzionale, per me, è pensare di star camminando dopo una forte sbronza.

Il tuo personaggio in “Equals” è una persona che non prova nessuna emozione, come ci si approccia ad un ruolo così?

È molto strano, è come se tu non facessi l’attore all’inizio perchè devi nascondere le emozioni invece di esprimerle. Dopo un po’ però ci si connette con il ruolo, e quindi a carpire le emozioni, specie quelli degli altri, tramite i segnali non verbali, come lo sguardo o i gesti. Cercavamo di tirar fuori reazioni forti e plateali nelle pause della lavorazione, io e Kirsten, così asciugavamo il nostro spettro emotivo per entrare nel giusto mood prima del ciak.

Pare che la Marvel stia per mettere in produzione una serie televisiva dedicata agli X-Men. Ti hanno chiamato?

Credo sarà un progetto affascinante, io adoro gli X-Men fin dai tempi del cartoon che guardavo da piccolo. Non conosco i particolari di questo progetto, ma mi piacerebbe farne parte.

Sono molto affascinato dal mondo dei truccatori cinematografici. Ci spieghi qualche retroscena dei make-up a cui sei stato sottoposto nella tua carriera?

Ho un grandissimo rispetto per il lavoro dei make-up artists. Mi ricordo che per “Warm Bodies”, ad esempio, non era complicato prepararmi, capelli posticci, lenti a contatto e un po’ di trucco sul viso. Per “Mad Max”, invece, ci volevano due ore ogni mattina, mi venivano applicate cicatrici e ferite varie, dovevo in pratica essere dipinto di bianco. Per Bestia era tutto ancora piu’ complicato e le ore di preparazione diventavano tre, c’erano quattro pezzi differenti di costume che dovevano aderire perfettamente.

Che tipo di adolescente eri? Anche tu molte volte ti sentivi come rifiutato dalla società che avevi intorno?

L’adolescenza è un’età in cui credi di essere già adulto, ma poi passa il tempo e ti accorgi che eri solo un bambino. Anche oggi io mi sento niente più che un bambino cresciuto. Ogni esperienza di vita l’ho trasferita nel mio lavoro, ed è questo il consiglio che posso darvi, vi arricchirete voi come persone e farete un lavoro migliore.

Per quanto riguarda la moda imperante dei supereroi al cinema, Steven Spielberg ha dichiarato che prima o poi il fenomeno si attenuerà e scomparirà, come è successo, ad esempio, per i western, mente Chris Evans ha dichiarato che è una tendenza destinata a durare moltissimo. Con chi dei due sei d’accordo?

Io spero che continui, e per molto tempo. Molto dipende dall’interesse del pubblico, dagli incassi: se continueranno a rimanere così alti, il filone proseguirà. C’è una grande letteratura sul genere, migliaia di storie, il serbatoio è ampissimo, si può continuare per molto tempo ancora.

Cosa ti ha portato a fare l’attore e qual è, per te, la chiave del successo?

Avevo tre anni, ero con mia madre, un regista teatrale mi ha notato e ha detto che, per la mia età, avevo una grandissima capacità di concentrazione. E’ iniziato tutto così, prima come un hobby, i miei coetanei praticavano gli sport e io recitavo. Per qunto riguarda il successo, per me l’importante è riuscire a scegliere belle storie da interpretare e circondarsi di persone brave nel proprio lavoro, scrittori, registi, attori di talento. E poi bisogna sempre cercare di migliorarsi, non bisogna mai pensare che si è stati bravi e si è fatto abbastanza, rigurdando una csena ci si accorge sempre, se lo si fa con attenzione, che qualcosa poteva essere fatto meglio.

Ci racconti un po’ il set di “Mad Max”?

Inizialmente doveva essere girato nel deserto australiano, ma abbiamo dovuto ritardare per tre anni le riprese perchè, incredibilmente, aveva piovuto spesso e quindi alcune macchie di deserto erano diventate verdi, era cresciuto qualcosa grazie a quell’acqua anomala. Ci siamo quindi spostati in Namibia, e lì abbiamo trovato i luoghi giusti.

Non avevamo una sceneggiatura vera e propria, ma un testo di quasi trecento pagine pieno di suggestioni, disegni, biografie, una sorta di canovaccio. Tra noi attori, visto anche il tanto tempo passato insieme, si è creata una grande chimica, ci vedevamo anche fuori dal set, facevamo lunghe passeggiate, riprendevamo con delle videocamere i posti più interessanti.

Chi è il tuo eroe, l’attore che più ti ha ispirato?

Jim Carrey, lo adoro. “Se mi lasci ti cancello” è un film incredibile, la sua prestazione è straordinaria, ma io lo amo fin da “The Mask” che vidi da ragazzino. Mi ricordo che vidi una puntata di “Inside the Actor’s Studio”, non so se qui in Italia lo conoscete, incentrata su di lui e rimasi folgorato.

Foto di Giovanni Marotta

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