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Giffoni 2016 – Intervista a Gabriele Mainetti

Regista di uno dei film più acclamati dell’anno, quel “Lo chiamavano Jeeg Robot” che sorprese tutti fin dal passaggio alla Festa del Cinema di Roma dello scorso ottobre, sbarca al Giffoni Film Festival 2016 Gabriele Mainetti, qui presente, oltre che per incontrare la stampa, anche per sottoporsi al fuoco di fila delle domande dei ragazzi delle varie giurie e per presiedere ad un’affollata masterclass condotta dal critico e giornalista Francesco Alò.

Gentile e disponibile con tutti, arriva dal sottoscritto a fine giornata e, nei pochi minuti a disposizione, riesce a rispondere con schiettezza e lucidità. Prima di dare il via al botta e risposta, consiglio a chiunque non abbia ancora visto il suo lungometraggio d’esordio di provvedere subito: da tempo il cinema italiano non riusciva ad inserirsi in maniera così personale e brillante in un filone commercialmente fecondo come è in questo momento il cinema supereroistico.

Hai dichiarato che, probabilmente, non darai un seguito a “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Volevo chiederti il perché, visto che il pubblico, ma anche il sottoscritto, dava quasi per scontata la continuazione della storia con (almeno) un altro capitolo.

Non ho detto che non lo farò, ho detto che non lo farò ADESSO. Le sintesi giornalistiche, probabilmente lo sai meglio di me, tendono, specie nei titoli, a semplificare brutalmente i concetti a volte distorcendone il senso. Se avremo l’ispirazione per scrivere una storia interessante tanto quanto la prima la faremo, altrimenti no. Ora siamo totalmente immersi, specie in questo momento, in un’altra storia totalmente diversa.

Puoi anticiparci qualcosa?

Preferisco di no, siamo ancora in una dimensione embrionale. Posso solo dire che è una storia, secondo me, particolarmente audace, e ho paura di come possano reagire o rispondere i vari produttori. Ho intenzione di strutturare prima il tutto in maniera ferrea, con una sceneggiatura solida che convince me per primo, e poi potrò cominciare a far trapelare qualcosa. Ripeto, ora siamo davvero all’inizio, siamo alla scaletta, alle biografie dei personaggi, questo è il modo di procedere. Quando i miei coproduttori, la Lucky Red, approveranno la prima stesura, che potrebbe essere pronta per i primi di ottobre, saprò che il progetto è davvero partito.

Tra i mille riferimenti pop del tuo film, anche per quel “Lo chiamavano …” nel titolo e per la fisicità e le azioni di Enzo, c’è anche Bud Spencer e il cosiddetto “ceffoni-movie” all’italiana. Confermi o smentisci?

Guarda, te la metto in questo modo: io ho vissuto quei momenti, quel cinema, ci sono cresciuto, come tutti quelli della nostra generazione, e quindi è inevitabile che, anche inconsapevolmente, possa entrare dentro in termini di suggestione, anche inconsapevole. Se avessimo girato “Lo chiamavano Jeeg Robot” a Napoli, ed era una cosa che tranquillamente sarebbe potuta accadere, il protagonista sarebbe stato diverso, anche se poi Pedersoli era napoletano in effetti … Ecco mi ci stai facendo riflettere. Enzo ha comunque la tipica attitudine dei romani di periferia, quell’atteggiamento un po’ stanco e totalmente disilluso. Quindi, per chiudere la risposta, un po’ forse sì, comunque mi piace molto questo riferimento che hai tirato fuori.

Quindi Ceccotti s’inserisce, per te, nella tradizione tipica del personaggio romano nel cinema e nel teatro, da Rugantino a Oreste Jacovacci per fare due esempi illustri, il personaggio che se ne frega di tutto e tutti ma che poi, quando la situazione si aggrava, è pronto anche a fare il sacrificio estremo.

Monicelli diceva che l’italiano tira fuori l’orgoglio solo quando viene ferito nel profondo, nella sua intimità personale, non nel suo essere italiano. “La grande guerra”, che hai citato assolutamente a proposito, mostrava proprio questo, no? Mi ricordo la vicenda di Fabrizio Quattrocchi, e il suo famoso “ora vi faccio vedere come muore un italiano vero”. Personaggi, in sintesi, che hanno in loro stessi la speranza di essere un pochino migliori, ma che tirano fuori quest’attitudine solo in situazioni davvero estreme.

Prima di ogni proiezione qui al Festival di Giffoni passa un appello dove tu e Andrea Segre spiegate il progetto “Edison for Nature”, nel quale siete entrambi coinvolti. Ce ne puoi parlare brevemente?

E’ un’iniziativa nella quale credo molto ed è aperta a tutti quelli che abbiano un’idea e una storia da raccontare: l’obiettivo è realizzare un mediometraggio frutto dell’ispirazione collettiva sui temi della sostenibilità ambientale. Io e Andrea Segre (che è un grandissimo documentarista, per chi non lo conoscesse) selezioneremo i materiali che arriveranno, e spero che saranno tanti: la durata massima dev’essere di cinque minuti, e potete mandare quel che volete, disegni, audio, non solo video. Non vogliamo filmakers, saremo poi noi a dare una mano agli autori dei progetti migliori perchè diventino veri e propri cortometraggi. Finzione, documentario, l’importante è che si parli del rapporto tra natura, uomo ed energia, l’elenco completo dei temi tra i quali scegliere lo trovate sul portale “Edison for Nature”, che è già on-line.

Cosa ci sarà tra gli extra del Blu-Ray di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, ce lo puoi anticipare? Ho sentito che Amazon ha annullato le prime ordinazioni perché l’elenco completo non era ancora disponibile, e quindi non c’era la possibilità d’indicare agli utenti tutto quello che avrebbero trovato al momento dell’acquisto.

Pure qui c’è stato un difetto di comunicazione, noi abbiamo dichiarato i contenuti del Blu-Ray. E saranno: un backstage esteso di circa cinquanta minuti/un’ora, i provini degli attori (una cosa, secondo me, molto interessante, perché ci saranno i vari provini, dal primo introduttivo a quelli successivi quando eravamo più vicini alla decisione definitiva del casting, si potrà vedere proprio come cresce, da parte nostra e loro, la ricerca di un personaggio), il mio cortometraggio “Tiger Boy”, dei bloopers, il mio storyboard delle scene d’azione del film, il videoclip integrale della sigla cantata da Claudio Santamaria, che non è mai passato su Internet, e… poi credo basta, mi sto probabilmente dimenticando qualcosa ma al momento non mi viene in mente nulla di più. Credo possa bastare, no? Per dire due parole in più sul backstage che durerà circa un’ora, come ho già detto (avevamo quasi tredici ore di girato, montarlo non è stato proprio semplicissimo), dove si darà voce a tutti quelli che hanno dato il loro contributo sul set, che ritengo una cosa importantissima. E’ indubbiamente vero che un film debba avere una direzione registica forte e chiara che indirizzi tutti verso il risultato sperato, ma rimane sempre un lavoro collettivo.

Foto di Giovanni Marotta (qui la la gallery completa)

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