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Giffoni 2016 – Intervista a Valerio Mastandrea

Il primo ospite dell’edizione 2016 del Festival di Giffoni è Valerio Mastandrea, il celebre attore romano reduce da un’annata cinematografica vissuta da protagonista assoluto, sia nelle consuete vesti di attore che in quelle di produttore nell’avventura tragica, straziante ed esaltante al contempo di Non essere cattivo“, l’ultimo e postumo film di Claudio Caligari (che lo diresse in “L’odore della notte”). Come interprete, invece, ricordiamo la sua partecipazione nel successo dell’anno, “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese, un’ulteriore collaborazione con Gianni Zanasi dopo il delizioso “Non pensarci” (il molto meno riuscito, a parere del sottoscritto, La felicità è un sistema complesso) e, nello scorso maggio, la doppia partecipazione al Festival di Cannes con “Fiore” di Claudio Giovannesi e Fai bei sogni di Marco Bellocchio, ancora inedito in sala.

Un protagonista assoluto, che riesce a mantenere miracolosamente quell’aria da ultimo della classe, quel distacco ironico verso i fatti del mondo che ha sempre rappresentato il suo marchio di fabbrica. Distacco difficile da mettere in atto quando gli si chiede dei tragici fatti di Nizza di ieri sera, quando, da personaggio pubblico, la stampa pretende da lui qualche parola, inevitabilmente di circostanza, su quanto avvenuto. Off records Mastandrea esprime tutta l’insofferenza verso questo genere di domande, e non possiamo certo dargli torto.

Ma il nostro dovere, prima di concentrarci sulle domande del sottoscritto, è quello di riportare per sommi capi quanto detto in conferenza stampa, e si parte proprio da lì, da Nizza:

Il Festival, questa mattina, si è aperto con un omaggio dei ragazzi delle giurie ai morti di Nizza, è stata portata in giro per la Cittadella una bandiera francese in un’atmosfera di grande commozione. Vuoi lasciarci un commento su tutto questo?

Forse non sono proprio la persona adatta, no? Comunque, se proprio devo esprimermi sull’orrore, vorrei invitare tutti a riflettere, a ragionare. Abbiamo tutti accesso ad una gigantesca quantità d’informazioni in maniera così “violenta”, non riesco a trovare aggettivo migliore, il rischio è di vedere e assuefarsi. Assuefarsi a centinaia di morti in mare, periti nella ricerca disperata di un futuro migliore, alla tragedia di ieri, al centinaio di esseri umani che ogni settimana perdono la vita a Baghdad, a Damasco. Io non so se questa overdose d’informazione, attraverso siti, social e ogni altra maniera vi viene in mente, sia un bene o un male, se siamo cittadini più informati o solo più assuefatti, più anestetizzati. Ieri sera c’era l’invito a non postare le foto dei morti sui social, invito semplicemente sacrosanto. Penso che si debba parlare di questo proprio con i ragazzi, che qui troviamo a bizzeffe, nelle scuole, è il tema principale della modernità, probabilmente.

Ma poi è difficile parlarne, dire qualsiasi cosa. Non accade solo in Francia, sta accadendo molto probabilmente anche in questo momento. La Francia, probabilmente, ha attuato delle politiche d’inclusione sociale assolutamente carenti sotto ogni punto di vista, ha lasciato a se stessi interi settori, intere periferie. Qualche anno fa un ministro dell’Interno francese, poi diventato anche presidente (Sarkozy, ndr) definì gli abitanti delle banlieue “soltanto feccia”. La parola grave, per me, non è tanto feccia, ma quel soltanto, quel sottolineare la totale esclusione di quella gente dal consesso sociale. Ragazzi che allora avevano dieci anni, oggi magari ne hanno trenta e hanno recepito quella roba lì non come l’iniziativa di un singolo, ma di uno Stato. Questa non è una guerra che si vince nei modi tradizionali, non si vince con “c’hanno rotto i coglioni, ora basta”, non si vince con le reazioni di pancia. Come si vince? Io non lo so, non è il mio mestiere.

Il Festival di Giffoni t’insegue da tanto tempo, e finalmente sei qui, a questa manifestazione definita “necessaria” da un grande maestro come François Truffaut. Come ti sembra questo Festival? Quanto ne sapevi prima di essere qui?

Se Truffaut dice una cosa io non posso fare altro che ripeterla, era uno che sapeva decisamente quello che diceva. L’importanza di creare luoghi di aggregazione per ragazzi in giovane età, quando non si sa ancora cosa fare, quando non si conosce ancora il fuoco che ci alimenterà nella nostra vita, è grandissima. Proporre percorsi, suggestioni, suggerire linee di pensiero, fare un po’ da padre e madre “culturale” … Sì, forse non c’è  niente di più necessario di questo.

Ed arrivano le domande del sottoscritto:

A me è sembrato che la tua faccia sul palco dei David di Donatello, quando sei salito insieme al cast di “Perfetti sconosciuti” per ritirare il premio al miglior film, fosse emblematica. Cosa pensi di tutta la vicenda relativa a “Non essere cattivo”? Record di nomination, un solo premio…

Dici che stavo rosicando? Può essere, non me lo ricordo. Nel nostro mondo si dice che si può parlare male dei David solo dopo che ne hai vinto uno, quindi io posso (ne ha vinti due, e nello stesso anno, per “Gli equilibristi” e “Viva la libertà”). La migliore risposta che ti posso dare per tagliare corto, alle sedici nominations e alla vittoria per il miglior fonico di presa diretta, è che sono romanista, a queste cose sono molto abituato. Te la puoi analizzare questa risposta, e interpretarla come ti pare. Anche perchè poi, a voti spogliati, pare che il film di Claudio fosse arrivato secondo in ogni categoria nella quale era candidato.

L’abbiamo visto a Cannes, ma il pubblico italiano non ha ancora potuto vederlo. Puoi presentarci il tuo ruolo in “Fai bei sogni” di Bellocchio? [Attenzione, SPOILER nella risposta]

Quando Bellocchio mi ha chiamato per interpretare Gramellini, io ho pensato che fosse uno scherzo. Ma poi mi ha detto che non mi avrebbe chiesto di fare Gramellini, ma un personaggio liberamente tratto, ispirato, che esplorasse il vero nucleo del film, che permettesse anche a Marco di far pace con se stesso. Se ricordate, il suo primo film, “I pugni in tasca”, iniziava con una madre buttata dalla finestra, qui c’è l’accettazione della perdita della madre, e quindi dal punto di vista karmico per Bellocchio è un film molto importante. E lo è stato anche per me, per tanti motivi che non sto qui a dire.

Nell’esperienza di “Non essere cattivo”, io non facevo l’attore, e facendo tutto il resto ho capito davvero quanto l’attore sia privilegiato, coccolato all’interno della macchina cinema. E sono molto contento che il mio primo film dopo quell’esperienza sia stato “Fai bei sogni”, perchè Bellocchio è uno di quei registi con cui tutti gli attori dovrebbero lavorare almeno una volta.

Illuminante, diretto, profondo. Questo è Valerio Mastandrea, e lo ha dimostrato ancora una volta quest’oggi.

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