Home > Recensioni > Giffoni 2016 – The Here After

Il concorso Generator +16 del Festival di Giffoni 2016 si apre con lo svedese “The Here After” del giovane Magnus Von Horn, un dramma adolescenziale che ha più di un’assonanza, per atmosfere e ritmo della narrazione, con “Il sospetto” di Thomas Vinterberg, concorrente agli Oscar nella cinquina per il miglior film straniero nell’anno del trionfo de “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.

Una piccola comunità che non riesce a dimenticare un grave errore di un suo membro, che porta rancore, che non si fida più; ma anche la mostruosa normalità dell’omicidio, la difficoltà di ricominciare la propria vita, dopo la punizione, “da qui in poi” (questa la traduzione italiana del titolo). Temi forse abusati, sicuramente già visti, ma il giovane Van Horn fa il suo con una regia attenta al particolare, attenta nel ricercare angolazioni significanti e (quasi) mai banali.

Quando John (Ulrik Munther, unico ad accompagnare il film qui a Giffoni) ritorna a casa da suo padre dopo un periodo passato in prigione, non vede l’ora di ricominciare la sua vita. Tuttavia, nella comunità dove vive, il suo crimine non è stato né dimenticato, né perdonato. La presenza di John tira fuori il peggio da chiunque gli sia accanto e lentamente si crea intorno a lui un’atmosfera da linciaggio. Sentendosi abbandonato dai suoi vecchi amici e dalle persone che ama, John perde la speranza, finché …

Von Horn, qui al suo esordio nel lungometraggio, rifiuta il canonico campo/controcampo e si concentra sui piani d’ascolto, isola il protagonista da tutto il resto e stringe il fuoco intorno a lui, cerca di valorizzare il suo script (è anche sceneggiatore) cronachistico e derivativo scegliendo angoli di ripresa non banali, e immerge il tutto in una fotografia dai toni freddi, a sottolineare ancora una volta l’atmosfera. Insomma ci prova, anche se non sempre ci riesce.

La prima parte stenta a decollare, mentre nella seconda il crescendo emotivo coinvolge ed emoziona, pur riconoscendo tutto l’armamentario visivo necessario ad ottenere l’effetto. La struttura a svelamento graduale innesta meccanismi da cinema di genere all’interno del dramma, facendoci rimanere sempre dalla parte del protagonista, anche quando cominciamo ad intuire la “verità”: l’empatia rimane sempre alta.

Qualche altro spunto viene disseminato all’interno del film, pur senza venire molto approfondito: il rapporto tra le generazioni, l’incapacità educativa di genitori non adatti al loro ruolo, la catarsi e la pace interiore trovata con l’annegamento nel duro lavoro fisico. John non vuole stare da solo, come sempre lo vediamo all’interno dell’inquadratura, ma l’unico contatto che riesce ad avere, tolta una breve illusione sentimentale, è tramite i pugni e le aggressioni. Il film, probabilmente, lo dimenticheremo presto, ma John rimarrà invece con noi, almeno per un po’. Produce la divisione svedese della Zentropa di Lars Von Trier.

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Contro

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