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    Data di uscita: 14-09-2017

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Presentato in anteprima nazionale al Giffoni Experience 2017, e in tutte le sale italiane dal 14 settembre prossimo, “Cars 3” è il diciottesimo lungometraggio di casa Pixar, che chiude (forse, non si sa mai) una delle saghe più controverse prodotte dallo studio di John Lasseter e soci. Il secondo capitolo delle avventure di Saetta McQueen nel mondo popolato esclusivamente da mezzi motorizzati (che non smette ancora di causare effetti di straniamento), dopo il consenso pressoché unanime tributato al primo, aveva fatto storcere il naso a parecchi tra pubblico e addetti ai lavori (non al sottoscritto, che lo ritiene una gustosa parodia dello spy-movie), quindi questo nuovo film era atteso con diffidenza, forse per la prima volta nella trentennale storia della casa di produzione nata da una costola della Lucasfilm e frutto anche del genio imprenditoriale di Steve Jobs. E invece, pur senza raggiungere le vette di capolavori come “Monsters & co.” (quello sì ebbe, a parere di chi scrive, un seguito mediocre), “Wall-E” e “Inside Out”, ci troviamo di fronte all’ennesima opera godibile, profonda e, questa volta ancor più di altre, tecnicamente stupefacente.

Colto alla sprovvista da una nuova generazione di bolidi da corsa, il leggendario Saetta McQueen non è il campione imbattibile dello sport che ama. Per tornare in pista avrà bisogno dell’aiuto di Cruz Ramirez, una giovane esperta di auto da corsa con tanta voglia di vincere, e dovrà riscoprire gli insegnamenti del suo compianto mentore Hudson Hornet (era doppiato da Paul Newman in originale, splendido rimando al mentore scorsesiano de “Il colore dei soldi”): il suo percorso sarà pieno di svolte inaspettate. Per dimostrare che il numero 95 ha ancora la stoffa del campione, Saetta dovrà gareggiare (e vincere) nella più grande corsa della Piston Cup …

La scelta più difficile, per un campione sportivo, è certamente quella del passo d’addio, il toccante psicodramma umano e professionale che ha appena coinvolto il capitano della Roma Francesco Totti ne è une recente dimostrazione. Le gambe (i pistoni) non girano più come una volta, le fiammanti nuove promesse vanno più forte e sono irriverenti verso la “vecchia” leggenda. Il film di Brian Fee (regista debuttante, ma già nel team creativo di alcuni dei più grandi successi Pixar degli ultimi anni) s’inserisce nel solco del film sportivo di “retirement”, filone fecondo all’interno della cinematografia americana classica e moderna, con la trasformazione in mentore per una nuova generazione prima faticosa da accettare, poi appagante, di sicuro inevitabile, e ci fermiamo qui per non anticipare importanti (seppur prevedibili) svolte nel racconto.

L’idea alla base del mondo Cars è semplice e geniale al contempo: un racconto dell’America profonda, fuori dalle grandi città, attraverso l’antropomorfizzazione delle amate auto, vere e proprie protagoniste nella vita di provincia della “bible belt” e in generale degli Stati lontani dal mare, rappresentanti lo status sociale, l’unico mezzo di locomozione e il maggior divertimento per “redneck” e semplici rappresentanti della piccola, media e piccolissima borghesia. Ecco perché il secondo capitolo funzionava meno, perché il cuore dell’idea e del suo sviluppo non era nei mirabolanti circuiti cittadini europei ma altrove (il vero protagonista comunque era Cricchetto, “Le avventure di un sempliciotto dal gran cuore” avrebbe potuto essere il sottotitolo), a “casa”, in quella Radiator Springs che pare la Petaluma di “American Graffiti” quarant’anni dopo, nei Destruction Derby tra il fango e le fiammate finte, dove, insomma, “ci si sporca le ruote” per dirla con Saetta, al contrario degli avveniristici simulatori con cui prova (con alterne fortune) a interagire.

Un’ultima annotazione sulla perfetta rappresentazione delle classi sociali: muletti operai (ma il braccetto meccanico può anche essere usato per suonare la “slide guitar” su un palcaccio), modelli diversi per epoche diverse, la cilindrata (mai indicata) stabilisce il posto nel mondo. L’occhio verso la profonda provincia americana è insieme sarcastico e benevolo, nostalgico e aperto all’innovazione, con quel “cerchiobottismo” volto soprattutto al coinvolgimento potenziale di ogni fascia d’età, qui uno degli aspetti più riusciti.

Noi l’abbiamo visto in 2D, ma l’impressione è che, come ormai non succede spesso, la visione stereoscopica meriterà la maggiorazione del prezzo del biglietto.

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