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Giffoni 2017 — Incontro con Bryan Cranston

Un vero istrione, un entertainer di livello, disponibile e simpatico: questo si è rivelato Bryan Cranston, protagonista del miglior Meet the Stars dell’edizione 2017 del Giffoni Experience. Sì, quello che leggerete qui sotto è ancora una volta il resoconto puntuale delle domande rivolte da fan e convenuti vari all’attore losangelino. Per voi lettori magari non c’è differenza, ma ci sarebbe piaciuto contribuire con qualche domanda e non limitarci a fare da stenografi.

Quest’anno il festival ha deciso di accettare queste condizioni applicandole per tutti gli ospiti internazionali: tavole rotonde ristrette con quattro-cinque testate, eliminazione totale delle conferenze stampa e possibilità di accedere soltanto agli incontri con pubblico e giurie. La forma (forse) è salva, ne risulta inevitabilmente svilito il contenuto. Ma non accolliamo al buon Bryan colpe che naturalmente non ha e, soprattutto se siete fan dell’epocale “Breaking Bad“, non perdete le sue (spesso brillanti) risposte:

Preferisci interpretare personaggi inventati o realmente esistiti?

Non faccio differenza, ma con le persone esistite realmente devi fare tante ricerche, spesso hanno fatto una pluralità di cose nella vita che è giusto conoscere e tener presenti quando si cerca di portarli sullo schermo. Coi i personaggi inventati invece puoi sperimentare, esplorare, andare in più direzioni. Mi piace sottopormi ad entrambi i processi creativi.

Quale dei due padri che hai interpretato in Tv (“Malcolm”, “Breaking Bad”) si avvicina di più al tuo modo di essere padre?

Spero di essere un buon padre ma bisognerebbe chiederlo a mia figlia. Sono nell’età giusta adesso, ho interpretato e interpreterò ancora tanti padri, probabilmente. In “Malcolm” interpretavo un personaggio suggestionabile, fin troppo malleabile, Walter White è un padre decisamente migliore, naturalmente è sempre una questione di punti di vista …

Ci racconti un po’ della tua passione per i “Power Rangers”?

Ho iniziato la mia carriera facendo la voce per la versione statunitense del telefilm, e quando mi hanno offerto un ruolo nel lungometraggio ho accettato con piacere per chiudere il giro, tutto qua.

Quest’anno ho iniziato chimica all’università, e volevo chiederti: hai davvero imparato qualcosa sulla chimica durante la lavorazione di “Breaking Bad”?

Complimenti per la scelta innanzitutto, puoi farci veramente tanti soldi se lavori bene … (scroscianti risate da parte di tutti) All’epoca delle riprese ho lavorato con il preside della facoltà di chimica dell’Università della California del Sud.  So davvero come si fa la metanfetamina, volendo … Sto scherzando, forse … Ai tempi della scuola non mi piaceva la chimica, semplicemente non la capivo, ma ora ho compreso che la vita stessa è chimica, è la scienza che analizza ogni processo vitale.

Ti sei mai portato a casa qualche personaggio, qualcuno dei tuoi ruoli è mai diventato parte di te?

No, direi di no. Prendiamo Walter White, interpretarlo è stato fantastico, ma non me lo sono mai portato a casa. Alla fine della giornata lavorativa avevo un mio rito: mi mettevo un asciugamano caldo sulla testa e tiravo fuori in questo modo tutte le tossine e le negatività del personaggio, mi liberavo di lui a fine giornata in questo modo.

C’è possibilità di rivedere Walter White in “Better Call Saul”?

Innanzitutto devo dire che mi piace molto lo show, ci sono cose simili a “Breaking Bad” e anche delle novità, è un mondo che conosco e che allo stesso tempo riesco a guardare da fuori con curiosità. Sulla questione della partecipazione di Walter, voglio dire qui una cosa che non ho mai detto da nessun altra parte , allora … (fa la gag del mancato funzionamento del microfono, sala ancora una volta in visibilio)

Hai mai interpretato scene rischiose? Le condizioni di sicurezza sui set dove hai lavorato sono sempre state ottimali?

Una volta, in “Malcolm”, avevo migliaia di api sul corpo, mi hanno punto due volte, una volta sulla spalla e l’altra … lì in basso, avete capito. Il proprietario delle api era pronto ad intervenire in mio soccorso, la prima volta tutto liscio, quando risuccede mi chiede la posizione della puntura, ci pensa un attimo e poi “Cavatela da solo, amico”.

Anthony Hopkins ti ha scritto alla fine di “Breaking Bad” per complimentarsi con te. Cosa hai provato? Hai un tuo idolo tra gli attori?

E’ stato un onore, naturalmente. Non ho idoli, ma solo perché sono molto contento di quello che sto facendo adesso, io racconto delle storie e a tutti piace ascoltare storie, questa cosa non cambia mai, a due o a centodue anni. Io ora sono anche il libro di favole, non più soltanto il bambino che lo legge o se lo fa leggere dai genitori. So che è un esempio strano, ma sono ossessionato da questa immagine.

Cosa consiglieresti ad un giovane attore che vorrebbe intraprendere questa carriera?

Difficile in un minuto, ma ci proviamo. Devi avere una passione che brucia nel petto per quest’arte, è la cosa più importante, più della fama, dei soldi, che sono comunque cose che non puoi controllare. Se avete una passione provate a seguirla, provateci con tutte le forze, se non provate avete già fallito.

Ti sei mai preparato ad un ruolo facendo qualcosa di “estremo”?

L’unica cosa che mi viene in mente è quando ho perso una decina di chili in una settimana per un ruolo. La gente mi chiedeva come avrei fatto a riprenderli, ma la risposta è semplicissima: mangiando!

Guardando il finale di “Breaking Bad” ti sei commosso anche tu?

Ma certo che mi sono commosso anch’io! Ero triste e e felice nello stesso momento, perché era davvero il modo ideale per chiudere.

Qual è la tua scena preferita di “Breaking Bad”?

Verso la fine, quando do l’addio a Jesse in realtà sto salutando anche Aaron Paul, in un certo senso. Abbiamo passato degli anni bellissimi e molto intensi sul set, quella è la scena in cui ho provato l’emozione più forte.

Cosa ne pensi della querelle tra Netflix e alcuni giurati all’ultimo Festival di Cannes? E che futuro credi abbiano le sale cinematografiche?

Io non so nulla di quello che succede nel mondo, non conosco la questione di Cannes che mi hai chiesto. Dico soltanto che Netflix, Amazon e tutti questi nuovi soggetti produttivi stanno dando tanto nuovo lavoro a noi attori, e questa non può essere che una cosa positiva.  Per quello che riguarda la seconda parte della domanda, io auguro lunga vita alle sale cinematografiche, l’esperienza di visione al loro interno è unica e irripetibile, al cinema vale tutto, ogni emozione che avete provato o pensiero che avete avuto e che è scaturito dal film è giusto e vero. Nessuna esperienza legata all’arte è sbagliata, e il modo più giusto di fruire di quest’arte, per me, è quello dell’esperienza condivisa, del grande schermo, del buio, dell’attenzione totale verso la narrazione che scaturisce da quel magico fascio di luce.

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