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Giffoni 2017 — Incontro con Claudio Amendola

Simpatico, disponibile, diretto nelle risposte, senza inutili giri di parole. Claudio Amendola ha conquistato (e si è fatto conquistare da) i ragazzi del Giffoni Experience 2017. Di seguito il resoconto di un incontro stampa breve ma denso di contenuti:

Qui a Giffoni hai incontrato tanti giovani, cosa pensi invece dei giovani registi italiani? Com’è, secondo te, lo stato di salute del nostro cinema?

Mi sembra un periodo buono come qualità dei prodotti, il problema rimane sempre quello di riuscire a fare entrare la gente in sala a guardarli. Ci sono cose interessanti in giro ma gli incassi spesso sono pietosi, ci sono molti film che incassano a stento 30mila euro, e sono costati dei soldi, forse a questo punto sarebbe stato meglio non farli, non so. Probabilmente va ripensata tutta la filiera distributiva, i film vanno messi on-line lo stesso giorno dell’uscita in sala, magari ad un prezzo di due euro. Otto euro sono troppi per molti giovani, e ormai dobbiamo rassegnarci, due ore con il telefonino spento non riescono a starci. Creando uno streaming legale si combatterebbe anche la pirateria in una maniera non coercitiva ma propositiva, cerchiamo di adattarci invece di morire, tutti, esercenti, artisti, distributori. Prima il grandissimo pubblico andava al cinema una volta all’anno a vedere il cinepanettone di De Laurentiis, ora ci va una volta ogni due anni a vedere Checco Zalone, la verità è questa. Se non siamo in grado di allargare il campo e andarci a prendere a casa gli spettatori, il futuro diventa davvero nebuloso.

Sei stato agevolato, nella tua carriera, dal fatto di provenire da una famiglia “di cinema”?

Ho sempre vissuto il cinema come una passione totale, fin da piccolo, ma il primo provino l’ho fatto soltanto per fare contenta mia madre. Non credo di aver avuto agevolazioni, ma di sicuro l’imprinting è stato forte.

Hai interpretato ultimamente un grande cattivo in “Suburra” di Sollima, i “villain” dei crime-movies italiani sono sempre i più carismatici. Bisognerebbe creare e scrivere personaggi positivi più “affascinanti”?

E’ inevitabile che i cattivi siano più carismatici, è sempre stato così, fin dai film di gangster degli anni Trenta. Io voglio poter fare il tifo per un cattivo al cinema e, una volta finito il film, avere comunque ben presente la differenza tra bene e male. Io non credo molto alle influenze negative in questo senso. Mi ricordo che, quando ero ragazzino, la polemica era l’emulazione della violenza dei film di Bruce Lee, con la gente che “se pistava” in mezzo alla strada cercando d’imitare le mosse di kung-fu, o quel che era. Ma anche ai tempi, per un paio di casi documentati in cui la gente s’era fatta davvero male, si creò una polemica gigantesca ed eccessiva.

Il tuo ultimo film da regista, “Il permesso – 48 ore fuori”, parla di alcuni detenuti. Ti sei documentato parlando anche con detenuti veri, nelle carceri?

Naturalmente sono stato obbligato a documentarmi, visto che avevo deciso di fare un film che parlava di quattro detenuti, e ho capito il dolore estremo di questa gente, che ha commesso uno sbaglio e ha il tempo per pensarci ogni santo giorno. Ci sono davvero questi permessi di 48 ore, e mi dicevano che una boccata d’aria, di vita, a volte è davvero fondamentale per non abbandonarsi allo scoramento quando stai dentro.

Quali sono i progetti in cui sarai impegnato nel futuro prossimo?

Farò una fiction Rai da settembre, mi piace alternare piccolo e grande schermo, ho un rapporto stabile con il pubblico della Tv generalista che voglio curare e mantenere. Ho già girato, invece, “Hotel Gagarin”, l’opera prima di Simone Spada, con Luca Argentero, Barbora Bobulova e Giuseppe Battiston, un film davvero sorprendente, spero vi piacerà quando riuscirete a vederlo, non so per quando è prevista l’uscita. Sto poi scrivendo un nuovo film che voglio dirigere, un soggetto con protagonisti un padre e un figlio, ci tengo molto ma è ancora presto per parlarne. Non escludo, infine, di fare la mia prima esperienza a teatro, dove non ho mai lavorato: c’è una proposta interessante che, per la prima volta, mi sta facendo vacillare …

Hai lavorato spesso con Luca Argentero, c’è un motivo particolare? Vi trovate bene sul set?

Io l’ho scelto solo per “Il permesso”, ma abbiamo lavorato molto insieme con altri registi, è vero, da “Cha cha cha” di Marco Risi a “Noi e la Giulia”. E’ un bravo ragazzo, si lavora bene con lui, ma ce lo siamo detti anche noi, dobbiamo sciogliere per un po’ questa coppia “di fatto” …

Finora, da regista, hai fatta una commedia (“La mossa del pinguino”) e un Crime-movie. Ritieni, dopo averli già affrontati, che uno dei due generi sia più nelle tue corde?

No, vorrei essere un eclettico, fare più cose diverse. Pensa che il mio sogno è quello di dirigere un musical, ci riuscirò prima o poi …

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