Home > Recensioni > Giffoni 2017 — The Bachelors

In Concorso nella sezione Generator +13 del Giffoni Experience 2017“The Bachelors”, scritto e diretto da Kurt Voelker, si è meritato una standing ovation da parte dei giovanissimi giurati coetanei dei protagonisti sullo schermo, oltre che il premio come miglior film della sezione di riferimento.

Pur con (molto) meno entusiasmo, ci sentiamo di promuovere anche noi un’opera che procede spesso sui canonici binari del dramma post-lutto, ma riesce a inanellare un paio di sequenze che la elevano dal livello medio spesso comune a produzioni di questo tipo. Merito sicuramente da ascrivere ad un azzeccato casting nei ruoli principali e di contorno, ad una regia precisa e puntuale che non cerca mai di sopravanzare ma si pone totalmente al servizio della storia e ad una progressione narrativa che alterna momenti puramente comedy di vita scolastica (che si diradano sempre più nella seconda parte) a strazianti rappresentazioni di dolore sordo e cupo.

L’onnipresente e pernicioso commento musicale di Joel P. West non riesce a rovinare tutto, ma ci prova davvero con forza. Bisognerebbe che i cineasti indipendenti, specie statunitensi, avessero più fiducia nella forza delle immagini senza lasciare che a suggerire il giusto sentimento siano sempre delicate note di piano e overdose di archi a tutto spiano.

Dopo la perdita della moglie, Bill Ponet (J.K.Simmons) e il figlio diciassettenne Wes (Josh Wiggins) si trasferiscono da un piccolo centro in una grande città nel tentativo di cominciare una nuova vita. Mentre provano a curarsi le rispettive ferite, si innamorano entrambi. Wes incontra Lacy (Odeya Rush), una ragazza introversa ma forte, dalla personalità enigmatica; e Bill incontra Carine (Julie Delpy), un’insegnante di francese compassionevole ed elegante. Impegnati in queste nuove relazioni, Bill e Wes si allontanano e si riavvicinano di nuovo, scoprendo, in questo processo, la loro vera identità.

Ammettendo lo spunto autobiografico, Voelker scrive una sceneggiatura da manuale (nel senso scolastico del termine), dosando gli elementi, fin troppo programmatica ma rispettosa delle regole drammaturgiche, che alterna pieni e vuoti limitandosi solo a invertire a volte lo schema. La rappresentazione di una società incapace di vivere il momento presente, imbottita di psicofarmaci dispensati come caramelle, che rifugge il dolore con psicologici costrutti spesso autolesionistici, emerge dal contesto rappresentato, un panorama davvero desolante. La forza salvifica del (nuovo) amore, la difficoltà a riammettere la felicità tra le opzioni possibili e l’accettazione del dolore rappresentano i tre atti attraverso cui si dispiega la storia.

Ancora una volta è la totale inadeguatezza degli adulti l’argomento principale: incapaci di abbandonare l’individualismo con cui si arroccano su se stessi dimenticando i figli che gli vivono intorno, che assorbono negatività e cercano di costruire da soli il proprio posto nel mondo. Niente di nuovo, come già detto, ma questo non rappresenta necessariamente un problema. Su tutti e tutte svetta una Julie Delpy dolce ed eterea, saggia e amorevole, dispensatrice di consigli per tutti. È il personaggio più irrealistico e meno approfondito, un’aliena sbarcata dalla Francia, per l’appunto estranea alla realtà nella quale si muove. Ma è davvero impossibile non innamorarsi perdutamente di lei, e il forzato finale positivo sta lì a testimoniarlo: una macchina lanciata in strada, un sedile montato male, in direzione ostinata e contraria …

Pro

Contro

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