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Giffoni Film Festival 2015 — Incontro con Fortunato Cerlino

Con il ruolo del boss Pietro Savastano nel serial televisivo “Gomorra” ha raggiunto una notorietà nazionale e internazionale, che gli ha aperto anche le porte degli States e di “Hannibal”, dove ha interpretato l’ispettore Rinaldo Pazzi (ruolo già di Giancarlo Giannini nel film diretto da Ridley Scott): è Fortunato Cerlino, attore napoletano dalla solida esperienza teatrale, che ha incontrato la stampa e i ragazzi delle giurie qui al Giffoni Film Festival 2015.

Di seguito il resoconto di una delle press conference più interessanti di questa edizione del Festival.

Ti crea dei problemi a livello personale l’incredibile successo di “Gomorra” e del tuo personaggio in particolare?

Convivere con Savastano non è semplice, e non sarà semplice visto che stiamo ancora girando. Io ho fatto la scuola di teatro di Palmi, una vera e propria eccellenza in questo Paese, e lì c’insegnavano vari metodi recitativi e ci facevano vedere e commentare tutto il teatro possibile e immaginabile.

L’esperienza che più mi sono portato dietro è quella della cosiddetta “maschera interiore”, quindi mesi prima delle riprese comincio a prepararmi, cerco di capire come respira il mio personaggio, come pensa, la battuta è veramente l’ultima cosa.

Il testo è un po’ come una vela, se non c’è il vento che gonfia quella vela non si riesce a far nulla, sono tutte parole morte. Questo vuol dire che quando hai a che fare con un personaggio come Pietro è inevitabile che lui torni a casa con te: io addirittura arrivo a spegnere il cellulare, perché mi accorgo di essere ancora Pietro, di respirare come Pietro. Farsi abitare da un personaggio vuole anche dire che lui prende possesso di te. A casa, quando mi vedono tornare come Pietro, a volte hanno veramente paura.

Riprendendo quello che hai appena detto, che la battuta è l’ultima cosa: come sei riuscito a trovare l’espressione facciale di Savastano, il suo sguardo, che è il vero tratto distintivo del personaggio? E anche come sei riuscito a “spegnerlo” nelle scene carcerarie?

È uno sguardo che ho cercato, non ho trovato. Quando lavori con Savastano lavori con la morte, che vuole anche dire che è un uomo che ha ucciso in sé la vita. È un uomo che ha dimenticato il valore della bellezza: noi siamo circondati dalla bellezza, ogni uomo ha un destino di bellezza che prima o poi troverà e capirà. Savastano e i suoi soci non conoscono la vita e la bellezza, conoscono solo la morte: il suo sguardo è di chi non capisce più l’essenza del mondo, di chi ha una visione ristretta, coi paraocchi.

La serie “Gomorra” (ma anche il film) ha dato un’occasione importante a tutta una generazione di attori napoletani magari provenienti , come nel tuo caso, da una grande scuola teatrale, ma che avevano avuto poche occasioni di cimentarsi nel campo dell’audiovisivo.

Napoli è una città strana. È una città molto generosa, ed è un po’ una cartina di tornasole del Paese: quando le cose vanno male, Napoli assorbe tutta l’insoddisfazione e quindi emergono anche dei talenti che riescono a dare una rappresentazione artistica a tutto questo. Sono molto contento che io e tutti i miei bravi colleghi abbiamo avuto questa grande occasione, ma penso anche che stiamo dimostrando che ce la meritavamo.

C’è qualche ruolo che ti piacerebbe interpretare al cinema o in tv?

Un ruolo in particolare non lo saprei dire, ma mi piacerebbe tanto recitare in un fantasy, perché adoro la dimensione della fiaba, del racconto simbolico che usa quei mezzi per raccontare la realtà. Spesso, sbagliando, releghiamo all’infanzia la dimensione del favolistico. Ma i draghi esistono, ragazzi miei, sono reali, è il sogno, l’inconscio che gli dà quella forma.

Qual è il film che rivedresti cento volte senza stancarti mai?

Faccio due esempi, molto diversi tra loro. Uno qualsiasi dei film di Tarkovskij, che è un artista immenso che adoro, e “Totò, Peppino e la malafemmina”, che ho visto centinaia di volte e che continua a farmi scompisciare dalle risate a ogni nuova visione.

Senza naturalmente anticipare nulla, puoi raccontarci un po’ come sta andando il set della seconda serie di “Gomorra”? E, dopo la tua partecipazione in “Hannibal”, ritieni di poter trovare nuove occasioni anche sul mercato americano?

Per “Gomorra” abbiamo una fortuna nella fortuna: si è creata tra noi attori una piccola famiglia, per me rivedere tutti loro è sempre un piacere, ci s’incontra anche fuori dal set. Abbiamo un codice attoriale molto particolare, quando bisogna girare qualche scena “forte” non ci parliamo e ci trattiamo male anche sul set, è difficile che una scena funzioni quando fino a dieci minuti prima chiacchieravi amabilmente con sorrisi e pacche sulle spalle.

Ci aiuta molto Stefano Sollima, che è un grande coach, e ha capito una cosa importante, che si ricollega a quello che dicevamo prima: il vero uomo è quello che non lascia mai da parte il bambino, che riesce ad affrontare il lavoro con la giocosità infantile che permette di cogliere il momento, di reinventare il lavoro ogni giorno.

Per quanto riguarda l’esperienza internazionale, ho girato un film in Germania che uscirà tra poco. “Hannibal” è andato molto molto bene, sto ricevendo dei feedback straordinari. Ho anche incontrato Thomas Harris (l’autore dei romanzi e creatore del personaggio di Hannibal Lecter) e mi ha fatto i complimenti. L’ispettore Pazzi è un personaggio interessante, quasi melvilliano, ha quest’ossessione da vent’anni che è quella di catturare Lecter, è un romantico.

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