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Giffoni Film Festival 2015 — Incontro con Mark Ruffalo

Il primo ospite internazionale dell’edizione 2015 del Giffoni Film Festival è l’attore statunitense Mark Ruffalo, idolo dei giovani giurati del Festival in quanto incarnazione dell’Hulk cinematografico nella saga degli Avengers.

Già illustre rappresentante del cinema indie americano, Ruffalo ha ricevuto due nomination all’Oscar, l’ultima delle quali lo scorso anno per la splendida interpretazione nel bellissimo “Foxcatcher” di Bennett Miller, completamente ignorato dall’Academy ma vincitore della Palma per la miglior regia a Cannes 2014.

In più, è stato recentemente nelle sale italiane con la commedia agrodolce “Teneramente folle” di Maya Forbes.

E sono italiane anche le origini della sua famiglia (calabresi, per la precisione), identità perduta che Ruffalo considera fondamentale nel suo patrimonio genetico e culturale, e che sostiene di aver riscoperto nella (lunga) vacanza italiana che ha preceduto il suo arrivo a Giffoni. Una conferenza stampa piacevole e interessante, per un divo vero e proprio che appare assolutamente lontano dal glamour e dai lustrini che la macchina da guerra hollywoodiana porta generalmente con sé.

Nelle foto che hai pubblicato sui tuoi vari profili social della vacanza in Italia che ha preceduto il tuo arrivo qui, hai usato spesso la didascalia “my country”. Qual è il tuo rapporto con l’Italia e cosa pensi di questo Festival?

L’amore innocente che questi ragazzi provano per il cinema mi sembra il tema chiave di questa manifestazione. Condividere esperienze, contribuire a narrare nuove storie, mi pare una formula indovinatissima per far crescere giovani appassionati dell’arte che tanto ci piace. Non mi aspettavo di trovare nel Sud dell’Italia un’eccellenza assoluta come questo Festival, ma non me lo aspettavo perché conosco la mia famiglia, non per un pregiudizio insensato formato senza esperienze dirette. Quello che Truffaut ha detto è giusto, questo è il Festival più necessario.

Tutti sappiamo che hai interpretato al cinema l’incredibile Hulk. Ma quale supereroe sognavi di diventare da ragazzino?

Hulk, naturalmente. Andando avanti con l’età, Wolverine, ma un altro attore ha già avuto quella parte, facendo per di più un ottimo lavoro.

C’è una preparazione particolare che usi per interpretare un personaggio che ha moltissime scene “virtuali”, in CGI?

La cosa che mi ha aiutato di più a rapportarmi, nel mio lavoro, con le nuove tecnologie, strano a dirsi, è la mia esperienza con il teatro, l’arte più antica legata allo spettacolo, e voi lo sapete bene perché è nato da queste parti. Nel teatro si ha bisogno di molta immaginazione, devi immaginare di vedere mille persone dove magari ce ne stanno sessanta, o la campagna inglese, o la steppa russa… Questo aiuta moltissimo a rafforzare l’immaginazione, e quindi a interpretare scene in cui tutto quello che accade intorno a te verrà aggiunto in postproduzione.

Cosa si prova a sentirsi dire da una produzione “sei tu l’incredibile Hulk”?

È andata così: una sera prima di andare a dormire ho ricevuto una telefonata che diceva di alzarmi presto e scendere davanti casa mia alle 4 del mattino- Se ci avessi trovato una limousine ad attendermi avrebbe voluto dire che avevo ottenuto la parte, altrimenti sarei potuto tornare tranquillamente a dormire. Quando sono sceso la limousine era lì…

Il tema del Festival quest’anno è “Carpe Diem”. Quale è stato, nella tua vita, il momento in cui più ti è sembrato di “cogliere l’attimo”?

Lanciarmi senza paracadute nelle esperienze più disparate è sempre stato il MIO modo di cogliere l’attimo. Mi è stato sconsigliato in tutti i modi d’intraprendere la carriera di attore, ho ricevuto rifiuti di ogni tipo, mi dicevano che avevo un aspetto troppo “etnico”, che avevo l’aspetto troppo italiano e che non parlavo nemmeno italiano… Il mio “carpe diem” è stato quello di continuare a lanciarmi in questo vuoto, senza curarmi di chi cercava di dissuadermi.

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In un anno molto importante per gli Usa, con il riconoscimento dei matrimoni omosessuali, come pensi avrebbe reagito Ned, il tuo personaggio in “The Normal Heart” (film tv in cui Mark interpreta una scrittore newyorkese omosessuale, ndr)?

Posso dirti che IO sono stato felicissimo, una felicità amara perché tutto avviene con un incredibile ritardo. E posso dirti come ha reagito alla notizia Larry Kramer, la persona reale a cui è ispirato il personaggio di Ned, che ha urlato: “Non è abbastanza! Dobbiamo fare di più!”. Ma poi so che, privatamente, ha pianto di gioia.

Cosa conserva delle sue origini italiane nella quotidianità e nel suo immaginario?

La mia famiglia abita negli Usa da moltissimo tempo, ma io ho vissuto in un’atmosfera molto italiana. Da piccolo guardavo mia nonna cucinare, e da lei ho imparato anch’io, e mi piace farlo per la mia famiglia, so fare la parmigiana, le polpette, il “ragù di tre giorni”… La cultura italiana ha contribuito a formare l’essere umano che sono diventato, non mi sono mai reso realmente conto della mia italianità fino al momento in cui sono venuto a visitare il vostro Paese, e ho scoperto di essere molto simile a voi nel mio modo di essere.

Quali sono i prossimi progetti in cui sarai coinvolto?

Il prossimo progetto che ho in cantiere si chiama “Spotlight”, di Tom McCarthy. Io interpreto un giornalista che denuncia alcuni casi di pedofilia di cui si rendono colpevoli dei sacerdoti a Boston. Una tematica molto importante, spero che avrà successo e che sarà visto da più persone possibile.

Quali sono stati i film e gli attori che l’hanno fatta innamorare del cinema da ragazzino?

Marlon Brando e Jerry Lewis, su tutti. Quando avevo sette anni, mentre tutti gli altri andavano a dormire, a volte mia nonna mi consentiva di rimanere davanti alla tv con lei a guardare dei film in orari serali o anche notturni, mentre lei fumava una sigaretta dopo l’altra. Quando vidi “Un tram che si chiama desiderio” rimasi basito all’arrivo in scena di Marlon Brando, cominciai a chiedere chi fosse quel tizio e cosa stesse facendo, continuavo a dire di voler fare quello che faceva lui, di voler essere come lui. Adoro poi da sempre Jerry Lewis e tutta la commedia slapstick classica, Buster Keaton, i Three Stooges…

Cosa pensi delle differenze tra le sceneggiature dei film Marvel e le storie dei fumetti originali? In particolare rispetto ad alcune sottotrame, come la storia d’amore tra Bruce Banner e la Vedova Nera. Puoi anticiparci se questa storia continuerà e se, nella nuova fase Marvel, ci sarà un nuovo film completamente dedicato ad Hulk?

Sono cresciuto leggendo i fumetti Marvel, poi li ho ripresi in mano quando sono stato lavorativamente coinvolto nel progetto, leggendo anche quelli prodotti adesso per rendermi conto delle analogie e delle differenze con la vecchia produzione. Credo sia positivo che dal punto di vista narrativo cinema e fumetto prendano strade diverse, sono due mezzi espressivi diversi, e mantenere una certa libertà di adattamento dà la possibilità anche a noi attori di esplorare maggiormente i nostri personaggi. C’è stato un accenno di love story tra Hulk e la Vedova Nera, ma non mi piace dire troppo o svelare quello che succederà.
Non so se ci saranno nuovi film dedicati ad Hulk, ce n’è stato già qualcuno, non so se il pubblico vorrà vedere nei prossimi anni un Hulk ingrigito da me interpretato, con il rischio di trovarsi davanti un incredibile Bulk sovrappeso.

Parliamo di “Foxcatcher”, il film che ti ha regalato l’ultima nomination all’Oscar. Emergono prepotentemente dal film delle emozioni molto forti nei rapporti che intercorrono tra te, Steve Carell e Channing Tatum, amore, odio … C’è voluto anche un lavoro particolare sul set, sui vostri rapporti personali per ottenere così grandi risultati poi sullo schermo?

Abbiamo lottato un sacco, e questa è stata una grossa parte del film. Loro due sono molto competitivi per natura, soprattutto Channing, che però pesa cento libbre più di me, e questo può diventare molto intenso dopo un po’. Abbiamo lavorato insieme per sette mesi, ed è stato difficile per tutti. Così abbiamo creato un legame molto stretto, molto forte.

Conosci il cinema italiano?

Prima non l’ho menzionato, ma un altro dei miei idoli è di sicuro Marcello Mastroianni. Ha dato volto e voce a tutta la gamma di emozioni che può provare un essere umano, ha saputo essere triste, affascinante, cattivello. Mi piacciono molto Federico Fellini, e Lina Wertmüller e il suo “Travolti da un insolito destino…”. Vorrei avvicinarmi al modo di essere un attore italiano come cifra poetica, che è molto diverso dal modo “artistico” di essere un attore negli Stati Uniti, vorrei aggiungere questo mio bagaglio culturale nel mio bagaglio attoriale, in modo da diventare anche un attore migliore.

In chiusura, una domanda su “Tutto può cambiare”, film presentato in anteprima nazionale proprio nella scorsa edizione del Festival di Giffoni. Nel film interpreti un produttore musicale che suona anche il basso. Che rapporto hai con la musica nella tua vita, quanto è importante?

Avevo visto il film precedente di John Carney, e mi aveva incuriosito il suo modo di usare la musica nei film. Non sono un grande amante dei musical, ma Carney non crea dei numeri musicali “a parte” ma incorpora la musica nel tessuto narrativo del film in maniera estremamente naturale. La musica è importante nella mia vita, quindi sono stato molto contento di partecipare ad un film in cui entra nelle scene, quasi come in un film di Cassavetes, senza spezzare minimamente la narrazione.

Foto: facebook.com/GiffoniExperience

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