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Giffoni Film Festival 2015 — Intervista a Edoardo Leo

Reduce da una trionfale stagione che lo ha visto ricevere una copiosa e, per certi versi, inaspettata messe di premi per il suo terzo film da regista “Noi e la Giulia” (2 David di Donatello, 2 Nastri d’Argento, 2 Ciak d’Oro, 1 Globo d’Oro, 3 premi al BIFF), Edoardo Leo sbarca al Giffoni Film Festival, e si rivela essere un vero e proprio idolo dei ragazzi in età scolare che affollano la Cittadella del Cinema.

Dopo una lunga gavetta spesa sui palchi dei teatri off e nella fiction televisiva dove, per sua stessa ammissione, «mi facevano fare solo il calciatore o il carabiniere», il successo popolare è arrivato soprattutto grazie al ruolo del ricercatore precario Pietro Zinni in “Smetto quando voglio” di Sydney Sibilia. Ci ha concesso un’intervista dai toni leggeri e dai contenuti non banali: un po’ come dovrebbero essere tutte, no?

Ti aspettavi che “Noi e la Giulia” potesse ricevere tutti questi premi?

Assolutamente no. Soprattutto i due David mi hanno fatto molto piacere, e mi hanno dato grande fiducia sul fatto che si possa fare una commedia che vada bene al botteghino e che cerchi un pochino di alzare il livello, che cerchi di essere intelligente per quanto possibile. Per me l’importante è non dare mai una sòla a chi spende dei soldi per venire a vedere il mio film, a volte noi confondiamo i grandi incassi con il gradimento, ci sono film che fanno tantissimi soldi nel primo weekend ma la gente magari esce mormorando e dicendo «che schifo». Il mio obiettivo è sempre quello di farmi dire dal macellaio sotto casa «me so’ ammazzato dalle risate» e allo stesso tempo che un critico, un giornalista possa dire «l’ho trovato un film intelligente». L’obiettivo massimo massimo sarebbe poi che il macellaio mi dica che ha visto un film intelligente e che il critico s’ammazzi dalle risate… A quello non ci sono ancora arrivato, ma ci stiamo lavorando.

Il tuo collega Nicolas Vaporidis qualche giorno fa qui a Giffoni ha annunciato che fonderà una casa di produzione dedicata a contenuti audiovisivi direttamente per il web. Credi che sia una strada battibile, che possa aprire nuove possibilità?

Ci sono almeno due generazioni di differenza tra me e Vaporidis, io ho 40 anni e non faccio parte della generazione digitale, mi sono formato con il cinema e con la televisione. Certo oggi è più facile trovare modalità di espressione, per noi farsi produrre un corto era una roba gigantesca, bisognava trovare la pellicola, la macchina da presa, stampare, sviluppare…. oggi lo fai col telefonino. Questo non vuol dire che si trovino in giro tanti capolavori, il talento non dipende mai dal mezzo. Ma indubbiamente oggi è più facile. Anch’io, nel mio piccolo, ho girato il primo film in pellicola e oggi uso soltanto il digitale, le possibilità sono più ampie ed è più facile organizzare il set e coordinare la troupe. Sulla rete però non ho mai fatto nulla e al momento nemmeno ci penso, però cerco di seguire con grande attenzione le cose interessanti che emergono, penso ai The Pills, che ora stanno per andare al cinema con un lungo, e gli faccio i miei migliori auguri.

I tuoi collaboratori sono sempre gli stessi, pensi di aver formato un team che ti porterai dietro anche in futuro? Preferisci lavorare con gente fidata?

Penso che la comicità sia una cosa molto seria, e lo dico io che non mi ritengo un comico, ma solo un attore che ogni tanto dirige anche un film. Lavoro sempre con lo stesso sceneggiatore, e questo vale anche per lo scenografo, il musicista e l’aiuto/regista perché loro sono con me da tanti anni, da quando facevo spettacoli teatrali dove non c’era una lira né per me né per loro, e questa cosa è durata per un bel po’, io sono esploso tardi, come si usa dire. Quei ragazzi all’epoca non m’hanno mollato, quando si andava nei teatrini, persino nelle discoteche, e quindi mi sembra giusto portarmeli dietro adesso, per gratitudine, ora che c’è da lavorare con dei colossi come la Warner Bros. e il produttore Lucisano. Ma non è solo questo, è una cosa che mi dà sicurezza, e la sensazione che siamo cresciuti tutti insieme.

Non siete in molti a tentare una strada alternativa per la commedia in Italia, penso a te, a Sibilia, al trio di Boris, anche a Max Bruno anche se con risultati sicuramente inferiori. Preferisci questa situazione, che ti permette di emergere con più facilità e di ricevere premi, o preferiresti trovarti all’interno di un sistema produttivo con una concorrenza un po’ più folta e stimolante?

Non è semplice rispondere, la prendo un po’ alla lontana. La commedia parte da una base drammatica, che poi viene trasformata in qualcosa di brillante, di divertente: è questo che ci ha insegnato la grande tradizione della commedia all’italiana. In Italia non si fanno così tante commedie come si dice, si fanno tanti film comici, alcuni anche belli, altri molto meno: non c’è una gerarchia, sia chiaro, basta fare un film bello, c’è anche la farsa, ad esempio, che noi non facciamo più, che però ha una grossa tradizione in Francia. Io, con “Noi e la Giulia”, ho girato una commedia sulla camorra: non ti nego che il produttore me l’ha consentito anche perché poco tempo prima Pif aveva fatto una commedia che era andata benissimo (“La mafia uccide solo d’estate”, ndr), aveva fatto soldi, al di là dei premi. S’ingenera una situazione di fiducia da parte del pubblico e dei produttori per una tipologia di commedia “diversa”, e noi dobbiamo essere bravi a sfruttare il momento.

Che stai preparando in questo momento, in quali progetti ti vedremo coinvolto prossimamente?

A novembre uscirà un film nuovo che ho fatto con Marco Giallini che s’intitola “Loro chi”, una co-regia di Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci. A settembre inizio a girare il nuovo film di Paolo Genovese, e poi sto lentamente cominciando a scrivere il mio nuovo film da regista, su cui non ti posso dire niente perché ancora non so niente manco io.

Hai giustamente sottolineato che la commedia nasce dall’incontro tra la risata (spesso amara) e il drammatico. Quali sono i tuoi film preferiti nei due generi?

A livello d’ispirazione non è semplicissimo rispondere. Io faccio, o meglio cerco di fare, l’attore, il regista, lo sceneggiatore, e do pure una mano a pulire il set a fine giornata. Quelli che fanno tutto questo insieme, in Italia, sono dei mostri assoluti, penso a Carlo Verdone, a Benigni, a Sergio Castellitto, anche a Kim Rossi Stuart: soprattutto il lavoro di Verdone mi ha influenzato tanto. Ma se mi chiedi qual è il mio film della vita, io ti rispondo “C’eravamo tanti amati”, per me Scola non è umano, è un supereroe, è un qualcosa d’inavvicinabile, ha una filmografia sterminata, completa, diversa da film a film, come regista è il mio riferimento massimo. Ma dico questo con il giusto rispetto e la giusta distanza, perché parlo di gente che ha fatto la storia del cinema italiano e non, e che nemmeno in 400 vite riuscirò ad emulare. Mi ripeto, ma la loro grandezza è anche quella di cambiare sempre, da film a film, rischiando ogni volta. È anche per seguire questa lezione che ho rifiutato di girare il seguito di “Noi e la Giulia”. Per quanto riguarda il drammatico, quest’anno mi è piaciuto molto un film che si chiamava “Colpa delle stelle”, riduttivamente definito un film per teenager e che io ho trovato un capolavoro assoluto (e qui non siamo PER NIENTE d’accordo, caro Leo, ndr).

E il seguito di “Smetto quando voglio”, invece?

Lo vorrei tanto sapere anch’io. Credo si faccia, è un progetto che sta in piedi, ma sui tempi non sappiamo ancora nulla.

Un’ultima domanda prima di salutarti. Da attore avrai sicuramente fatto molti provini, come ti comporti nei confronti dei tuoi colleghi quando devi selezionarli per un ruolo?

Non faccio molti provini, non ci credo, cerco di farli solo per ruoli molto particolari. L’ho fatto, ti faccio un esempio, a Rosabell Laurenti Sellers per il ruolo della figlia in “Buongiorno papà”. Perà abbiamo lavorato insieme una giornata, è stato diverso. La sua presenza nel “Trono di spade” mi conferma che c’avevo visto giusto. Secondo me non serve a nulla il classico provino, il quarto d’ora dove poi torni a casa sempre insoddisfatto, convinto di non aver dato il tuo meglio, e a volte con ragione. Ne ho fatto tanti da attore…

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