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Giffoni Film Festival, i vincitori della 44a edizione

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Siamo giunti alla fine di questa fantastica 44esima edizione del Giffoni Film Festival, ed è arrivato il momento di tirare un po’ le somme. Abbiamo visto film in gran quantità e, per la maggior parte, di pregevole qualità. Pellicole provenienti da ogni parte del mondo che ci hanno aperto delle finestre su realtà lontane e, a volte, ai nostri occhi, assurde e quasi aliene.

Le premiazioni in queste occasioni sono d’obbligo, ma la maggior parte dei film in concorso sarebbe meritevole di una menzione, e spero vivamente che, almeno le opere vincitrici, possano avere la possibilità di una distribuzione nelle sale italiane (è una speranza forse vana, ma non si può mai dire…).

Per la sezione Elements +6 è stato scelto “Zip & Zap and the Marble Gang” dello spagnolo Oska Santos: tratto da un seguitissimo fumetto per ragazzi (e grossa produzione Buena Vista), narra le avventure di due incorreggibili gemelli in punizione in un rigidissimo collegio estivo. Secondo classificato l’inglese “Pudsey the Dog: The Movie” di Nick Moore.

Per la sezione Elements +10 ad aggiudicarsi l’ambito Grifone è l’olandese “Finn” di Franz Weisz, commovente storia di un bimbo di nove anni con il grande sogno della musica. Il secondo posto è per il tedesco “The Legend of Longwood” di Lisa Mulcahy, un’atipica ghost story.

Si passa alle sezioni rivolte a i più grandicelli, e per Generator +13 il vincitore è “Behavior” del cubano Ernesto Daranas Serrano, film molto duro che critica la condizione umana con libertà, indipendenza e coraggio. Si posiziona secondo l’olandese “Boys” della giovane Mischa Camp, sul tema dell’amore omosessuale nel mondo dello sport.

Nella sezione Generator +16 trionfa in un tripudio di applausi il tedesco “Exit Marrakech” di Caroline Link (qui la nostra recensione), già vincitrice nel 2003 dell’Oscar come miglior film straniero con “Nowhere in Africa”: qui ci propone un road movie la cui meta finale è la riconciliazione tra un padre e suo figlio. Secondo classificato è il sud coreano “Han Gong-ju” di Sujin Lee (recensione), che affronta con delicata poesia l’inferno dell’abuso sessuale.

Tema che ritorna in “Hope” di Joon ik Lee, l’altro film sud coreano che vince nella sezione Generator +18. Si classifica secondo il bellissimo “Four Corners” del sudafricano Ian Gabriel (recensione), storia di violenza e redenzione nel degrado degli slums sudafricani.

La 44esima edizione del Giffoni Film Festival segna anche il primo anno in cui è stato dato spazio al mondo dei documentari, con la categoria appositamente creata Gex Doc. In questo caso si aggiudica il Grifone il potente “#chicagoGirl: The Social Network Takes on a Dictator” di Joe Piscatella, sorprendente parabola su come il potere dei social network possa essere usato per far prendere coscienza ad una nazione e farla sollevare contro un regime oppressivo. Il secondo classificato viene dagli Emirati Arabi ed è “The Brain That Sings” di Amal Al Agroobi, commovente sguardo sul mondo dei disabili.

Ed ora qualche considerazione a margine. Come ho già detto, abbiamo avuto modo di visionare una selezione di film eccellente, d’incontrare grandi star come Richard Gere o Alan Rickman, di avere piacevoli chiacchierate con registi e addetti ai lavori (qui tutti i nostri articoli), ed è già una cosa bellissima, ma non la migliore di questo festival.

Il vero tesoro del Giffoni sono coloro per cui tutto ciò è stato creato: i ragazzi. Fantastici, critici, acutissimi. Ansiosi di partecipare al dibattito, analizzano i film con una perizia e con una competenza che noialtri ce la sogniamo. Sono senza filtri, onesti, capaci di portare in trionfo o di mettere in difficoltà anche la più affermata delle star. A Giffoni arrivano ragazzi da tutto il mondo e vivono in armonia, scambiandosi esperienze e conoscenze, uniti dalla grande passione per il cinema e per l’arte in generale.

Per dieci giorni, quella di Giffoni è una piccola isola felice, dove la cultura, l’intelligenza e l’integrazione sono alla base di tutto. Bisogna tutelare e proteggere quest’isola felice, perché se tutti al mondo avessero soltanto la metà delle qualità di questi meravigliosi ragazzi, il futuro non sarebbe un posto poi così buio e incerto.

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