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Giffoni Film Fest, intervista a Sydney Sibilia e Paolo Calabresi

Simpatici, brillanti, estremamente disponibili: il regista Sydney Sibilia e Paolo Calabresi, uno degli interpreti principali dalla commedia cult dell’anno cinematografico appena terminato “Smetto quando voglio” hanno completamente catalizzato l’attenzione mediatica nella penultima giornata della 44esima edizione del Giffoni Film Festival.

Un vero e proprio show fatto di battute e scenette improvvisate, di parole in libertà e concetti mai banali espressi con la massima naturalezza.

Sydney gioca in casa, è originario di Salerno e ha tentato per anni di diventare giurato a Giffoni senza mai venire selezionato, Calabresi si aggira un po’ più spaesato, con quell’aria dinoccolata che ha reso un personaggio indimenticabile il suo capoelettricista Augusto Biascica nella serie tv “Boris”, che è durata tre stagioni più un film per il cinema, riscuotendo un successo forse non di massa, ma conquistandosi comunque l’ammirazione incondizionata di una considerevole nicchia di pubblico, in special modo nella fascia d’età 25-35 anni.

Mentre sono entrambi impegnati ad aprire un lecca lecca (uno degli sponsor della manifestazione, se ne consumano ogni giorno in quantità industriale) con scarsi risultati, la mia intervista ha inizio. Mi rivolgo a loro dandogli un informale tu per esplicita richiesta, e il tutto assume subito un’aria meno paludata.

Molti attori del cast di “Smetto quando voglio” hanno dichiarato di essere rimasti spiazzati dai continui riferimenti a film americani e serie televisive che Sydney usava durante le riprese per spiegare come interpretare determinate scene. Valeva anche per te, Paolo?
Paolo Calabresi – Io facevo sempre di sì con la testa, fingendo di capire tutto. Ce ne ha detti talmente tanti che non riuscivo nemmeno a seguire il filo del discorso.
Sydney Sibilia – Io ogni tanto cambiavo i riferimenti, cercando d’andargli incontro, andando sul cinema un po’ “giovane”, ma loro facevano comunque fatica a seguirmi. Poi un punto di fusione l’abbiamo trovato, spero.

Gli attori di “Gomorra” hanno detto qui a Giffoni che solo in Italia si fa questa netta differenziazione tra buoni e cattivi, mentre nel tuo film e nelle serie americane i contorni sono più sfumati. Sei d’accordo con queste affermazioni, Sydney?
SS – Sì, sono d’accordo, userei la definizione “eroi sfumati”. La tradizione dell’eroe, specialmente del SUPEReroe, è molto americana all’origine, anche negli ultimi prodotti, Marvel e non, li stanno un po’ sfumando anche loro, è difficile creare un supereroe senza conflitti interiori e psicologici, no? Superman per tanti anni ha perso il suo appeal perché era troppo perfetto, invece il bello, secondo me, è proprio questo, il supereroe che, oltre al classico cattivo da combattere, ha il nemico anche dentro di sé. Prendi il dr. House, per fare solo un esempio…

È appena uscito il programma ufficiale della prossima edizione del Festival di Venezia. La partecipazione al Festival è una cosa che vi spaventa, o a cui mirate?
PC – Venezia ci spaventa, però saremmo molto contenti di presentarci un film, tutte e due le cose.
SS – Io ho presentato un corto a Venezia, come sceneggiatore. Ho fatto il red carpet con ‘sto corto, la mattina presto, non ci stava nemmeno un fotografo. Si chiamava “Niente orchidee”, era una sorta di noir. È interessante perché loro trattano uguale tutti, da te che presenti il corto sfigato a Edward Norton Vi siete mai chiesti come funziona il red carpet? Ci si dà appuntamento tutti un po’ prima in un posto, un posto con bar, e tu puoi chiedere tutto quello che vuoi GRATIS. Io non riuscivo a crederci e, da buon italiano, ho preso l’impossibile. Era quattro o cinque anni fa, ora non ricordo bene (nel 2010, n.d.r.).Più che per i Festival, comunque, sono per la sala cinematografica: arrivare lì dentro è il mio obiettivo. Ma i festival, chioserei così, sono una ficata, no?

Negli USA, specialmente nel mondo della commedia, si creano vere e proprie “squadre” formate da sceneggiatori, registi e attori amici tra di loro, che s’interscambiano spesso ruoli e compiti all’interno delle diverse produzioni. Penso a Judd Apatow, Seth Rogen, Will Ferrell e compagnia, ma anche alla banda Ben Stiller, fratelli Wilson, Vince Vaughn … Tra voi italiani bravi, penso a te, ai “The Pills”, al trio di “Boris” Torre-Vendruscolo-Ciarrapico si può sperare che, nel tempo, si riesca a formare qualcosa del genere? Tu e i “The Pills” avete già cominciato…
SS – Magari, io sono un grande fan di tutte le persone che hai nominato. Negli Usa si fanno più film, c’è più spazio possibile per questi incroci, queste collaborazioni. Questa è gente che lavora in maniera indipendente, che magari ha creato una propria casa di produzione, sono tutti abbastanza liberi di fare quello che gli pare, nel bene e nel male, alcuni sono davvero folli, pensa a “Facciamola finita”. A volte ci si annusa semplicemente tra simili, diciamo, e nascono per caso collaborazioni. Con i “The Pills” è nato tutto per caso, io cercavo attori per le particine che fanno nel film, ho visto i loro video su YouTube e mi sono piaciuti moltissimo, mi piaceva la loro incredibile spontaneità. Ma non sono solo spontanei, hanno proprio sprazzi di genialità. Adesso dirigerò qualche episodio della serie che hanno scritto loro, “Zio Gianni”, che avrò Paolo come protagonista e andrà in onda su Rai2 in prima serata dal prossimo novembre, un miracolo vero e proprio. Piccoli episodi nel preserale, subito dopo il Tg2.
PC – Zio Gianni è un tipo che ha molti problemi, non è mai a suo agio. Cinquant’anni, separato dalla moglie, disoccupato, si ritrova a condividere un appartamento con tre studenti universitari che lo ritengono un oggetto misterioso, non riescono a capire che età abbia effettivamente, pensano abbia fatto la guerra, ma non sanno bene nemmeno quale. È una serie scritta benissimo.

Hai mai avuto paura, Sydney, che il tuo film fosse compresso appieno più all’interno del Raccordo Anulare che fuori? Cosa che non è comunque assolutamente successa.
SS – Moltissima paura. Intanto mi bastava pure l’interno del Raccordo, metti che venivano a vederlo tutti-tutti, non disdegnavo… Da Roma in giù è andato subito benissimo, mentre al Nord c’ha messo un po’ di più a ingranare, e meno male che me ne è stata data la possibilità, di solito un film che non fa il botto al primo weekend viene tolto subito. A Milano siamo arrivati al quinto posto degli incassi settimanali alla terza settimana. Per chiudere, non solo era una paura, ma era una paura molto fondata. Chi ha visto il film sa di cosa parlo.

L’unico problema del film, secondo me, è il sottoutilizzo di alcuni personaggi che forse avrebbero meritato più spazio, come quelli interpretati da Pietro Sermonti o dallo stesso Paolo Calabresi? Sei d’accordo? Ti sei limitato nel minutaggio?
SS – Sì, sono d’accordo. Tutto il girato è entrato nel film, ma sono saltate molte scene in fase di stesura definitiva della sceneggiatura, e alcune secondo me erano molto carine. C’era una scena con Stefano Fresi in galera in compagnia di due abruzzesi condannati per occultamento di cadavere, che a me faceva molto ridere. È un problema comune ai film di “banda”, anche in “Ocean’s Eleven” alcuni componenti rimanevano in secondo piano. Non sono approfonditi i rapporti con le donne di molti, la loro vita fuori dalla storia. Nel soggetto c’era tanto di quel materiale che approfondiva i diversi caratteri… ma il film sarebbe durato tantissimo.

È previsto un seguito? Lo facciamo uscire Edoardo Leo dal carcere o lo lasciamo lì?
SS – Io ce lo lascerei…  Sicuramente esce, forse lo fanno evadere gli altri, chissà, può succedere di tutto.

Quali sono i vostri registi e attori di riferimento, se ce ne sono?
SS – A me piace tantissimo Paolo Calabresi.
PC – E lui spera che io dica Sydney Sibilia, ma non lo farò. Potrei dire Nicolas Cage (e ride. Famoso il suo travestimento da Cage con cui s’infiltrò nella tribuna d’onore dello stadio Santiago Bernabeu di Madrid, n.d.r.), ma sarò molto più banale e dico Alberto Sordi, perché ha una cosa che nessun attore italiano ha più oggi, la capacità di andare sopra le righe restando credibile, è una cosa a cui io aspiro davvero.
SS – Io invece, per rispondere seriamente alla domanda, non ho registi di riferimento, ho opere di riferimento, penso si dia troppa importanza ai registi nonostante sia il mio attuale mestiere, mi piacciono sempre più i film di chi li ha fatti.

Hai avuto riscontri per il tuo film dai ricercatori universitari, che sono i protagonisti effettivi?
SS – Non passa giorno che io non riceva mail da parte di ricercatori universitari che mi raccontano le loro storie che, te lo assicuro, sono molto più paradossali e struggenti di quelle viste nel film. M’invitano ora alle università, in conferenze con i pezzi grossi, ma grossi davvero, della ricerca italiana, che mi hanno parlato di un nuovo tipo di energia che stanno creando, non c’ho capito un cazzo, ma bello però. Io non avevo intenzione di diventare il portavoce della crisi dell’università italiana, ma se proprio volete lo divento, che devo fa’?

Per Paolo, quale è stata l’inchiesta o il servizio a “Le iene” che più ti ha soddisfatto?
PC – Senza ombra di dubbio quando ho preso a schiaffi Fabrizio Corona. Mi sono finto l’ufficio stampa del nuovo film di James Bond e gli ho comunicato che avrebbe la parte dell’antagonista. Gli ho mandato una parte in inglese che lui ha studiato. Quando l’ho incontrato per il provino (io ero travestito da “regista”), lui aveva già venduto la notizia alla agenzie stampa che sarebbe stato il “cattivo” nel nuovo Bond. Nella scena che dovevamo provare lui doveva essere preso a schiaffi, gli ho fatto fare due bei “pizzoni”. Che soddisfazione.

È tarda sera, i due si sono concessi a ogni giornalista che aveva effettuato la richiesta. È la prima volta che succede in tutto il Festival di Giffoni. Ho cercato di tirare fuori per voi qualche retroscena, qualcosa di diverso dalle solite domande che hanno fatto tutti. In conferenza si sono dichiarati a favore della liberalizzazione delle droghe leggere e hanno continuato a sparare battute a raffica. Calabresi si farà crescere una barba di 35mm, in onore al suo mestiere. Sibilia, con un budget illimitato a disposizione, dirigerebbe un film su Magellano (sembra un po’ una provocazione, un po’ come il copione maledetto su Machiavelli visto nella seconda stagione di Boris).

Una coppia fortissima, insomma, e speriamo vivamente che questa non sia l’ultima collaborazione tra di loro. Vai Sydney, non ti fermare, il futuro del cinema italiano passa dalle tue mani.

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