Home > Recensioni > Gigolò per caso

Cosa accade se John Turturro e woody allen diventano soci di un’improbabile combinata professionale, in cui Turturro è un fioraio-gigolò e woody allen il suo “impresario”? Un divertissement cinematografico, esile esile, condito dall’amichevole partecipazione di sex symbol d’annata, come Sharon Stone e Sofia Vergara. Al mix di ironia ed erotismo si aggiunga il contrappunto della rigida morale chassidica, la frangia più ortodossa della comunità ebraica, che qui ruota attorno al fascino severo ed ermetico di un’altra icona sexy, più sofisticata, Vanessa Paradis.

Con “Gigolò per caso” John Turturro torna alla fiction dopo la parentesi documentaristica in Italia (il notevole “Conversazioni siciliane” e “Passione”, pittoresca lettera  d’amore a Napoli), conservando i vari leitmotiv della sua singolare poetica da regista più europeo che americano, o meglio, da regista americano innamorato della cultura europea, che tende a semplificare: di qui l’invito ad essere gaudenti e assaporare i piaceri della vita (si cucina e si mangia sempre un sacco e bene, nei film di Turturro). Questa particolare sensibilità di Turturro ci regala anche una New York inedita, non più metropoli ultramoderna (non solo nelle architetture ma anche per i suoi fermenti culturali). Una metropoli a dimensione di quartiere, con i suoi cafè vissuti, dall’arredamento un po’ antiquato, in cui non si respira l’atmosfera frenetica dei newyorchesi in giacca e cravatta davanti ad un martini dopo le ore d’ufficio, come le serie tv ci hanno abituato. In questo frangente, così ameno e vacuo, è efficace e gradevole l’apporto di un pessimista imperterrito, comicamente votato alla nevrosi, come Woody Allen, che fa da contrappunto intellettuale ad un Turturro quasi muto.

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