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Giorgio Ciccarelli: esce “Bandiere” e noi ve lo raccontiamo track by track

Sperimentazione e classicismi, distorsioni metropolitane e qualche futuristica soluzione di elettronica. Ecco una vera novità nel nuovo disco di Giorgio Ciccarelli: esce “Bandiere” e pensiamo che proprio nella title track scelta per chiudere l’ascolto di questo bellissimo lavoro, si racchiuda tutta l’anima concettuale di questo nuovo essere artista visionario e concettuale della canzone d’autore. Un lavoro sociale, forse decisamente politico per quanto questa parola significhi essere con gli altri in società. Amore come introspezione, ricerca, domande utili all’evoluzione. La distorsione visionaria, acida e psichedelica di Ciccarelli lascia anche libero spazio a suoni più armoniosi, leggeri di polvere e ampi di orizzonti come la bellissima “Conterò i tuoi no” dove anche il graffiare ruggine sembra accarezzare e non soffocare.
Non è un disco che soffoca. Di sicuro è un disco di notte. Anzi, di quando la notte sta per finire. Parola a Giorgio Ciccarelli per il consueto track by track.

INTRO
Bandiere inizia come finisce e finisce come l’inizio. È il viaggio perfetto, quello circolare.

VOLTARSI INDIETRO
La difficoltà – forse l’impossibilità – di essere onesti, con se stessi innanzitutto. È più facile guardare al proprio passato, abbellendolo e arricchendolo, piuttosto che al proprio presente, a ciò che si è dentro. “Voltarsi indietro è un buon affare.” Musicalmente Voltarsi indietro è costruita su un giro di arpeggiatore modificato e filtrato analogicamente che si reitera per tutta la durata del pezzo.

UN MODERATO CORAGGIO
In qualunque rapporto – sentimentale, di amicizia, di lavoro – troppe volte non si ha il coraggio di arrivare a un vero e profondo confronto, a uno scontro. Il decoro esige un pegno di ipocrisia. Un moderato coraggio è una denuncia della colpevole leggerezza di troppe relazioni umane, oggi. Un mea culpa generazionale. L’intenzione, per questa canzone, sia a livello compositivo, come negli arrangiamenti, era abbastanza ardita e cioè, quella di far incontrare (ipoteticamente) i Pixies ed i Metronomy in un caruggio di Genova nel 1965.

MIA PIETÀ
Ci sono parole che si usano poco nelle canzoni. Quasi, danno fastidio. Una di queste è “pietà”. Eppure indica un sentimento importante e, allo stesso tempo, ambivalente. Legato sia a un’idea di solidarietà sia a un bisogno di espiazione: in un rapporto che non si riesce – e neppure si vuole chiudere – accade anche di consegnarsi volontariamente a un senso di colpa in qualche modo assolutorio. Confessare diventa, automaticamente, espiare. “Ho bisogno di un peccato, più che un dio. Di una colpa, più che un aldilà.” Una classica ballata pop-rock che, per non cadere nel classicismo, ha bisogno di una scrittura solida e precisa nonché di arrangiamenti non scontati e attenti.

DENTRO E FUORI
“Per raccontare la realtà, serve una lingua vera.” La ricerca di una comunicazione chiara, pulita e forte, con un lessico privo di formalismi sterili e ricercatezze criptiche. Quello che era dentro viene esplicitato, finalmente tirato fuori. Senza nascondersi dietro alle parole. Oggi le rime sono disprezzate perché collegate a testi banali, da musica sin troppo leggera italiana. Invece danno musicalità a un testo, danno un ritmo, lo rendono incalzante. Detonano nella testa. In dentro e fuori ci sono rime alternate e, addirittura, incrociate (ABBA). Sono rime che oscillano, che vanno avanti e indietro e che creano una tensione. Musicalmente è un pezzo chiaramente con il segno di proprietà Ciccarelli, vi si possono riconoscere tutte le esperienze passate, soprattutto quella suxiana (Sux!). L’incedere magmatico, l’impasto sonoro eterogeneo che fa da base ad una melodia semplice è un marchio di fabbrica e fa di questo pezzo l’ideale trait d’union tra il passato remoto e il presente.

CONTERÒ I TUOI NO
Il “fuoco lento” di un amore che non si spegne, che accetta anche i “no” e ne trae forza, nell’attesa. Seconda e ultima ballata del disco. Solo apparentemente semplice. Là, dove “semplicità” non deve mai essere sinonimo di “semplicismo” e il testo nitido, pulito, giocato fra richiami di suono e di significato delle parole sta a dimostrarlo. Così come sta a dimostrarlo la laconica melodia canterburyana del cantato fissata su un giro di acustica in accordatura aperta vagamente Drakeiano.

DUE PER TRE
Una canzone di non amore, che racconta la complessità del distacco e i meccanismi morbosi e paradossali della reciproca dipendenza. “Pensami quando mi scorderai.” Originariamente avrebbe dovuto chiamarsi “due per tre, una suite”, perché ha proprio l’atteggiamento della suite: quel fermarsi per poi riprendersi, temi melodici che scompaiono, ma riappaiono nel finale e poi, quell’alternanza ritmica tipica della suite rock. È il pezzo più lungo, più elettronico e più ambizioso dell’intero album.

DENTRO LA TESTA
“The only real danger that exist is man himself. He is the only real danger, and we are pitifully unawar

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