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Giovani gruppi allo sbaraglio: Prove per intendere il metal moderno

Non conviene mai perdere il polso dell’evoluzione del mondo della musica, si rischierebbe di lasciarsi sfuggire ascolti molto interessanti.
Mentre da qualche anno è sempre più in voga un death ultratecnico che ha nei Nile e in pochi altri i propri capiscuola, su altri versanti la sperimentazione (ma non chiamatela sempre prog!) va avanti in direzioni che a volte fanno cilecca a volte destano meraviglia, ricordandoci che è su tanti piccoli “osare” che il metal si mantiene forte, ora e sempre, da decadi a questa parte.
Su tutto un altro crinale, la voglia di reinterpretare del simil-glam anni ’80 è pure in crescita, sebbene non sia un fenomeno del tutto intuitivo da spiegare.

Cominciamo dunque con gli statunitensi Steadlur, che col primo omonimo disco ci riportano a sonorità poisoniane-bonjoviane tanto divertenti e giovanili sul breve ascolto quanto in crisi di spessore dopo non troppo tempo. A parte l’insopportabile singolo “Bumpin’”, gran parte delle tracce viaggia discretamente: melodia, strofa, cori, capelli al vento e l’odore di simil-pelle leopardata e sudata si sparge nell’aria in men che non si dica. Il tocco moderno (per molti versi pop) è presente nella musica degli Steadlur e col trascorrere del disco quasi rimpiazza gli spunti ottantiani, ma non per questo la loro musica può essere definita personale e riconoscibile. Promossi con la sufficienza stretta, ma non sembrano in grado di poter affrontare dignitosamente il test del secondo disco.

Passiamo agli svizzeri Morrigu, che col loro secondo lavoro “The Niobium Sky” si candidano alla poco ambita palma di Amorphis dei poveri. Intendiamoci: la melodia di chitarra è presente, la voce è accettabile per il ruolo rabbioso/lamentoso che sceglie per sé, la sezione ritmica è compatta e le tastiere interessanti ma… le canzoni passano nelle orecchie dell’ascoltatore quasi senza lasciare il segno. L’aggettivo “prog” per questo disco andrebbe sostituito con la frase “canzoni che stanno in piedi nonostante la pochezza delle trovate che ne sono alla base”. La title-track e pochi altri spezzoni di brani si salvano da tanta desolazione grazie a trovate melodiche di spessore, ma nessun critico musicale ringrazierà per essersi trovato “The Niobium Sky” tra le mani senza scucire un centesimo.

Di ben altra caricatura è il disco blu dei Baroness, cervellotica ed eclettica formazione proveniente dalla Georgia americana nonché notevole colpaccio della Relapse Records, sempre pronta a fare scommesse azzardate e poco commerciali. Sono necessari numerosi e attenti ascolti prima di pensare di far propri i dodici brani che compongono questo lavoro in cui le influenze musicali più diverse si amalgamano in un potpourri metal. In primo piano non rimangono stabilmente né le sferzate della chitarra né le deviazioni sperimentali blues, acustiche, garage e chi più ne ha più ne metta. Un disco dannatamente complicato, sfuggente ma alla fine soddisfacente (si veda perlomeno “Swollen And Halo”), in cui solo la poco agile voce, forse, continua a non volersi mescolare bene nel calderone fumante.

Addentriamoci, infine, nel caotico mondo del death (questo sì) progressivo, intrigante e complesso come pochi altri. Non molti gruppi possono vantare di far parte di questa cerchia di eletti, e fra di essi da oggi ci sono i canadesi Augury, anch’essi pressoché all’inizio della loro carriera. Gli ingredienti sono quelli: voce quasi costantemente (ma non sempre!) su bassissime timbriche brutal, blast beat a cascata, cambi di tempo e variazioni imprevedibili, basso elettrico a tratti sgargiante e chitarre che passano in un nonnulla da sfuriate estreme a gustosissime aperture melodiche, veri sprazzi di luce accecante, e viceversa. Sono proprio le ricercate trame che caratterizzano questi momenti di respiro, anche prolungati, il quid in più della band, il loro aspetto più originale. Se qualche volta gli Augury sconfinano nel barocchismo della ricerca melodica, glielo possiamo perdonare a fronte di tale brillantezza compositiva. Non male neanche la copertina.

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