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Giovanni Columbu racconta la sua Passione

Un lunghissimo periodo di preparazione pieno di ostacoli organizzativi e finanziari, la scelta di dirigere attori non professionisti impegnandoli in un tipo di recitazione anti-realistico e un affascinante lavoro di riscrittura che ha condotto i passi evangelici della Passione di Cristo ad abbracciare la lingua sarda: giovedì 28 marzo arriva al cinema — distribuito da Sacher Film — “Su Re” di Giovanni Columbu (qui la nostra recensione), presentato all’ultima edizione del Torino Film Fest e in programmazione nelle sale della Sardegna già da una settimana.

Ce ne parla il regista, che domani sera incontrerà il pubblico al Nuovo Sacher (20.45 e 22.30) in occasione della prima del film.

Qual è stato il lavoro di studio e traduzione compiuto sui Vangeli per arrivare alla versione in sardo che ascoltiamo sullo schermo?
Lo studio dei Vangeli, con tutti i problemi esegetici che una lettura attenta comporta, ha richiesto molto tempo. È un testo con una sua prerogativa sorprendente: ogni volta che lo rileggi ti rivela qualcosa di nuovo, lo si potrebbe studiare all’infinito. Per anni ci ho lavorato a fianco di mio padre (Michele Columbu, ndr.) che non solo conosce il greco e il latino, cosa che ci ha consentito di allargare il nostro sguardo a differenti versioni del testo, ma è anche uno dei maggiori conoscitori della lingua sarda. Non abbiamo però elaborato una sceneggiatura rigida perché la mia idea di regia è sia maschile che femminile, cioè focalizzata al tempo stesso sul chiedere e sull’ottenere ma anche permeabile e sempre aperta ad accogliere digressioni impreviste. Pur partendo da un solido approfondimento, il mio approccio al Vangelo è soprattutto sognato e per questo ho deciso di metterlo in scena utilizzando la macchina dei sogni del cinema.

“Su Re” sembra fatto solo di azioni già successe o che devono succedere per volontà divina: come hai operato sul montaggio per suggerire quest’idea di inevitabilità e di ciclicità temporale?
Il Vangelo stesso offre una quantità di riferimenti al rinvio, a quelle operazioni che in gergo cinematografico chiamiamo flash-back o flash-forward: tutto è annunciato, tutto rinvia a ciò che è stato profetizzato. C’è un legame molto stretto tra la nascita e la morte di Gesù.
Il film si apre e si chiude sull’immagine del sepolcro: è quello il tempo presente? In realtà ogni momento può essere trascorso, presente o destinato a ripetersi per sempre. Una vicenda di tale intensità, come quella della passione di Cristo, si trasferisce e si reitera nella nostra memoria con tutti i suoi significati, di speranza e di profonda, drammatica disperazione.

Perché la scelta di realizzare un film senza musica, usando solo i suoni prodotti dalla natura?
“Su Re” è fatto di suoni, la sua vera colonna sonora è data dal vento, dai gemiti, dal rumore degli zoccoli e dalle parole in lingua sarda, che sono anch’esse musica. Sul vento in particolare esiste un’ampia letteratura che lo identifica come manifestazione del divino: nel mio film Dio non appare, non si manifesta con miracoli sicuri e anche il terremoto che segue la crocifissione sembra avvenire ed essere percepito dai personaggi solo interiormente. Il vero terremoto causato dalla morte di Gesù è nelle coscienze. Per girare la scena ho chiesto agli attori di immaginare un terremoto: uno di loro — tra quelli che venivano dai centri di salute mentale coinvolti nel progetto — ha semplicemente spalancato la bocca. Quella manifestazione di intimo sgomento era la sua interpretazione del terremoto.

Mi sembrava poi che l’assenza di musica fosse coerente con il senso di essenzialità e povertà che ho cercato di imprimere al film. Scegliere il silenzio, filmare azioni che spesso si sviluppano fuori campo o rimandano ad altri piani di ascolto, è un modo per smuovere qualcosa nello spettatore e stimolarlo verso un approccio attivo, e di certo più impegnativo, capace di produrre esiti profondi e duraturi. È questa la mia idea di cinema: fare film che trovino il loro compimento nell’incontro con lo spettatore e lo chiamino a mettere in moto la propria immaginazione.
[PAGEBREAK] Queste riflessioni allargano il discorso alla situazione del nostro cinema: come collochi il tuo lavoro nel cinema italiano di oggi?
Credo che il cinema abbia un urgente bisogno di rinnovamento e che percorrere solo la strada dell’intrattenimento e del mercato non produca a lungo termine risultati positivi. Il cinema italiano in passato è stato ammirato e preso ad esempio ma se ci guardiamo intorno è evidente che oggi la sua importanza sia stata ridimensionata e che riesca ad esprimere molto poco.
Se non si fa uno sforzo verso la ricerca di soluzioni linguistiche innovative, e che ci consentano di scoprire qualcosa di inaspettato su noi esseri umani, allora è inutile indignarsi e pretendere che a rinnovarsi siano solo le istituzioni. La spinta verso il nuovo dovrebbe partire proprio dall’arte ma mi sembra che spesso si riduca ad essere una retroguardia.
In questo senso, “Su Re” non vuole essere solo un’ennesima rivisitazione della Passione ma proporsi agli occhi degli spettatori come esempio di un cinema diverso.

Com’è stato dirigere la recitazione degli attori, non professionisti, sulla base di queste scelte di regia?
Il lavoro con gli attori è stato così straordinario da portarmi a dire che, pur essendo “Su Re” il mio secondo film, devo ancora girare l’opera prima, tante sono state le bellisisme scoperte che ho fatto su questo set. Con gli interpreti ho adottato un metodo particolare: chiedevo loro di non pronunciare mai la battuta allo stesso modo e poi, quando stavano per dirla, gli chiedevo di farlo senza usare le parole. Poi di nuovo davo loro il via libera e subito dopo li bloccavo ancora. Una serie di indicazioni contradditorie che disorientavano gli attori e li mettevano a disagio ma che avevano lo scopo di spogliare la recitazione da ogni indugio precostituito: quando alla fine si arrivava a pronunciare la battuta, quella battuta suonava realmente vera.

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