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Giovanni Dal Monte: L’intervista in occasione dell’uscita del nuovo album

Di Giovanni Dal Monte, noi di LoudVision avevamo già recensito l’ultimo disco, “Visible Music For Unheard Visions”. In occasione dell’uscita dell’album (e in attesa del concerto in data 17 luglio al Palazzo Tozzoni), l’artista Imolese si è gentilmente concesso di rispondere ad alcune domande. Abbiamo parlato di musica elettronica, colonne sonore e… Pina Bausch! Buona lettura.

Sei considerato sia un musicista che un videomaker: quale professione ti rappresenta maggiormente tra queste?

Io nasco prima di tutto come musicista e compositore. L’occuparsi anche di video-arte è venuto da sé (così come la pittura). Penso che questo interesse sia nato durante i viaggi che facevo sia in Italia che all’estero per presentare i miei lavori musicali. Spesso, in determinati contesti, la musica assumeva un ruolo di “soundscape”, di sottofondo e atmosfera. Capitava quindi che decidessi (spesso anche in collaborazione con altri) di accostare delle immagini, piuttosto che video, al fine di poter esprimere la mia arte in ogni sfaccettatura.

Tra le tue collaborazioni, è famosa quella con Nicolette dei Massive Attack…

Sì, sono tuttora in contatto in Nicolette. Mi ha chiesto di comporre alcuni brani. Dopo averli incisi glieli ho inviati e ci siamo incontrati a Londra. Abbiamo parlato e condiviso alcune idee, anche se attualmente le cose sono in sospeso. E’ stato un piacere lavorare con lei. Una personalità molto interessante a livello musicale.

Parliamo del tuo ultimo album, “Visible Music For Unheard Visions”. E’ certamente un disco molto particolare, in quanto vi sono pezzi di moderna elettronica uniti ad altri, caratterizzati da campionamenti di musica classica. Perché questo eclettismo?

L’eclettismo è in parte dovuto ad un percorso che ho imboccato col disco precedente, “Reforming Substance”. In generale, il mio intento è stato quello di prendere pezzi di musica classica (nel disco sono presenti samples di Mussorgsky e Mozart) e rielaborarli in maniera innovativa. L’elettronica per me non è un fine, ma un mezzo per poter conferire maggior espressività alle mie idee. Così molti campionamenti di musica classica vengono accostati tra loro -spesso amalgamati- per poter dare un volto nuovo al passato. In tanti erroneamente cadono nel (pre)giudizo che l’elettronica distrugga (e talvolta accade in caso di uso “sbagliato”,  secondo me). Io mi sento un musicista completo. Mi è capitato di suonare, nel corso della mia carriera, generi disparati come rock e jazz. L’elettronica è stata una scoperta che mi ha cambiato la vita. Attraverso i sintetizzatori e i campionatori ho compreso le enormi potenzialità che questi strumenti avrebbero apportato a tutta l’arte musicale.
Una nota buona del disco è che è piaciuto a certe mie amiche che lavorano nell’ambito della lirica. Invece di sobbalzare con disgusto, hanno gradito il risultato finale. Considera che tutti i musicisti classici vengono considerati intoccabili. Se quindi l’elettronica e il campionamento in generale rispettano il passato senza rovinarlo, perché impedirci di utilizzarla?

Questa commistione tra passato e presente rende il disco abbastanza slegato ad un genere specifico. E’ ovviamente una cosa voluta…?

Certamente. Purtroppo la gente tende ad etichettare ed etichettarsi. Così accade che tutti quelli che ascoltano musica classica disdegnano un pezzo di stampo “moderno” come “Cafe Richmond” [prima traccia dell’album, ndr].
La musica, a livello mentale, è fatta di ritmo, salite e discese melodiche, timbro, acuti, gravi e volumi. Tutto questo succede in un determinato spazio temporale. Questi elementi conferiscono alla musica delle caratteristiche narrative. Insomma, non è solo un insieme di bpm e glitch. E’ qualcosa di più profondo, un susseguirsi di emozioni, piuttosto che un insieme di passaggi emotivi. La classificazione in generi è una conseguenza di tutto questo.

L’eclettismo è quindi un elemento fondamentale della tua arte. Chi è, per te, un artista considerato eclettico che ammiri?

Ti sorprenderò perché non si tratta di un musicista. E’ una donna e si chiama Pina Bausch (una delle coreografe più influenti di tutti i tempi, scomparsa nel 2009). La vidi per la prima volta a Vienna. Avevo vent’anni. Fu una scoperta eccezionale, soprattutto per il modo in cui lei utilizzava la musica. Nelle sue coreografie impiegava pezzi di genere tra loro diversissimo (dalle tarantelle antiche all’elettronica). Tutto questo si adattava perfettamente alla scena che voleva rappresentare. Pina Bausch mi ha fatto capire che tutti gli stili musicali sono meravigliosi, se coniugati con un’esigenza espressiva di fondo.  Ho avuto anche il piacere di stringerci due parole. Una donna meravigliosa. Ed è stato proprio il suo spettacolo di danza ad aprirmi ancora di più alla commistioni tra generi completamente diversi tra loro.

 Dall’ascolto del tuo album, si capisce la tua influenza dal mondo delle colonne sonore…

Sì, sono un appassionato di colonne sonore. Tuttavia, quando ho registrato il disco, il mio pensiero non è stato “ora faccio un disco di colonne sonore”. No, ho invece voluto, come fanno anche molti altri musicisti, rappresentare delle suggestioni e delle determinate immagini attraverso un sottofondo musicale. Poi molti pezzi possono essere assimilati a colonne sonore da parte dell’ascoltatore. Ma il punto di partenza è un altro.
Tra i miei lavori in ambito di colonne sonore, annovero la mia collaborazione con il regista di culto Bruce LaBruce. Alcune parti delle musiche per tre suoi film (  “Otto Or Up With Dead people”, “L.A. Zombie” e “Offing Jack”) le ho fatte con Cocorosie e Antony and the Johnson.

Parliamo invece dell’aspetto della notorietà. Mi sembra di capire che tu sia conosciuto più all’estero che in Italia…

In realtà sono conosciuto dai cosiddetti “addetti ai lavori”. Una rivista inglese una volta mi definì “The Artist of Artists”. Questo perché ero in qualche modo considerato un artista – e quindi una figura abbastanza di riferimento- nel mondo degli stessi artisti. E’ sicuramente una cosa che fa piacere, anche se il mio sogno è sempre stato quello di andare un po’ più in là (avere un successo anche commerciale che fino ad adesso non c’è mai stato). Del resto, capisco chi mi critica e afferma che faccio un tipo di musica poco fruibile. E’ un giudizio pertinente. Di certo, non mi svenderò mai andando a cantare la canzoncina pop commerciale a San Remo. Neanche per un milione di euro.

Secondo te l’Italia ha delle colpe sulla diffusione della musica? Ti sei mai chiesto, per esempio, se le cose per te sarebbero state diverse se tu fossi vissuto –che ne so?- a Londra?

Purtroppo sul grado di alfabetizzazione della musica posso dirti che siamo tutti uguali, italiani, inglesi e tedeschi: caproni. Uso questo termine molto forte per sottolineare una triste verità. C’è un’aria troppo modaiola, da parte soprattutto dei ragazzi, e una pigrizia di fondo quando si tratta di aprire le orecchie ed ascoltare nuova musica. Dal punto di vista delle occasioni per farsi notare, ovviamente il Regno Unito (dove, tra l’altro, ho vissuto per un periodo di tempo) è molto più all’avanguardia rispetto all’Italia (affetta da un immobilismo culturale accentuato negli ultimi vent’anni dal berlusconismo). L’Italia è il paese delle conoscenze e del clientelismo. E non solo dal punto di vista musicale; questo credo che lo sappiano tutti.

Chiudo con la domanda jolly, sempre presente. Se dovessi dire cinque musicisti che ti hanno influenzato, quele sceglieresti?

Quelli che tuttora esercitano un’attrazione quasi magnetica su di me sono Stravinskij, Jimi Hendrix, Bjork, Jonathan Bepler (autore delle colonne sonore dei ciclo di film culto Cremaster diretti dal regista Matthew Barney) e Charles Mingus, mia principale influenza jazz.

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