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Girls On The Air: Emancipazione femminile in Afghanistan

Humaira ha 25 anni ed è laureata in giornalismo all’università di Herat, Afghanistan. Dirige una radio, Radio Sahar, insieme ad un gruppo di colleghi formato quasi esclusivamente da donne.
Dopo il suo primo film documentario “Radio La Colifata”, Valentina Monti gira “Girls In The Air”, che attraverso la voce e il volto di Humaira traccia un ritratto di donna, e assumendo il suo sguardo come punto di osservazione privilegiato, fa il punto su diritti, emancipazione e libertà, ovvero la possibilita o meno di partecipare alla vita democratica, e, in ultima istanza, espone una valutazione sull’esistenza della democrazia in Afghanistan.

Prodotto e distribuito da FourLab, il film è uscito nel 2009 ed è stato presentato anche in Afghanistan, dove numeroso era il pubblico femminile. Da lì è partito per un viaggio tra festival italiani e europei, fra cui il Terra di Tutti Film Festival a Bologna e il This Human World di Vienna, mentre recentemente è stato in programmazione al Nuovo Cinema Aquila di Roma. Non c’è traccia di guerra o di attentati in questo documentario, sappiamo dagli intervistati che non c’è sicurezza, che c’è paura ad andare al mercato per possibili attacchi di kamikaze. In seguito al rovesciamento del regime talebano da parte delle forze americane coadiuvate da contingenti ONU, dal novembre 2001 l’Afghanistan è ufficialmente un paese democratico, governato dal Presidente Hamid Karzai, ma la stabilità politica è più che altro un eufemismo, e la sicurezza minata da continui attacchi terroristici e dal permanere, di fatto, di uno stato di guerra, soprattutto nella regione sud-orientale al confine con il Pakistan.

La regista apre uno squarcio sulla “normalità” di un paese in guerra, la vita quotidiana, in città e nei villaggi, dove spesso mancano, oltre ai servizi più elementari come acqua, luce e gas, anche le scuole e così i bambini vengono educati dai mullah.
L’indagine sulla condizione femminile prende in esame due diritti: il diritto della donna a lavorare e il diritto a ottenere il divorzio. Roba scontata per noi occidentali, eppure se guardiamo indietro scopriamo che il divorzio è stato introdotto nell’ordinamento civile italiano solo nel 1970 e con l’opposizione del primo partito nonché partito di governo, la Democrazia Cristiana.
Com’è la situazione in Afghanistan oggi? Si può divorziare, ma bisogna tener conto che l’ordinamento giuridico afghano non distingue tra legge e religione, la legge è legge islamica. [PAGEBREAK] Le donne possono chiedere il divorzio, e la regista ci porta allora in una Corte di Giustizia, ed è lì che c’è da farsi ghiacciare il sangue nelle vene: una donna denuncia il marito perché ha promesso in sposa la figlia di 7 anni ad un uomo in cambio di denaro, ha venduto una bambina, la sua; un’altra donna ha le mani bruciate, e tutte affermano di non aver scelto il proprio marito, anzi la gran parte di loro neanche sapeva chi fosse prima delle nozze, che spesso avvengono anche a dieci, dodici anni. Tra una moglie e una schiava non c’è molta differenza insomma, entrambe vengono comprate ed entrambe devono prestare servizio per il proprio padrone, che in questo caso è padrone anche del loro corpo. E se decidono coraggiosamente di ribellarsi, lo Stato non le tutela e questo le costringe spesso ad abbandonare i figli, visto che una donna in Afghanistan non può lavorare. Siamo giunti così all’altro punto di indagine: una donna che lavora è vista male, «non c’è rispetto», dice una studentessa. Figurarsi una divorziata che lavora.

Eppure, c’è speranza. L’emancipazione passa sempre attraverso lo studio, la cultura e la spinta all’autodeterminazione. È così che Samira diviene un’ “avanguardia”, per lei si aprono nuovi orizzonti con un periodo di studio all’estero, in Canada. La lasciamo tra l’entusiasmo per la scoperta del nuovo e le difficoltà del distacco, dalla propria famiglia, dal proprio lavoro, da tutto ciò che è familiare.

Un documentario in presa diretta, che in alcuni punti vira sul taglio giornalistico dell’inchiesta. Senza un grande impianto narrativo o un’approfondita visione del quadro d’insieme, si limita alle interviste, certo molto interessanti. Ma anche se la voce fuori campo di Humaira riflette i suoi pensieri, non abbiamo la sensazione di “vivere la sua vita”, non conosciamo realmente la vita che conduce a Herat, perché spesso tutti gli “attori” di questo documentario si rapportano alla videocamera, cioè a un punto di vista esterno, terzo, oppure li “seguiamo”, ma per poco; più interessante sarebbe stato lasciar vivere i protagonisti, e cogliere discretamente i loro problemi, le loro lotte, facendo emergere quel punto di vista “terzo”, corrispondente alla sensibilità di chi gira, che sempre conferisce un’impronta personale ad un documentario, e a volte una dimensione poetica.

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