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Giù il sipario sui Baustelle

L’ultima data del lunghissimo tour di supporto ad “Amen” ha luogo al Palasharp di Milano in occasione della prima Festa Democratica. Questa congiuntura chiama prezzi popolari, che agevolano il riempirsi in misura soddisfacente del palazzetto, nonostante il nome Baustelle sia ormai divenuto piuttosto inflazionato in giro per la penisola. Strano constatare un tale presenzialismo, se si pensa che la dimensione live dei tosco-lombardi non è mai stata particolarmente apprezzata e riconosciuta quanto quella racchiusa tra le pareti di uno studio di registrazione. Che la pratica abbia portato al perfezionamento? Non è dato saperlo senza prima concedere una chance agli Io?Drama.

Il giovane gruppo di appoggio, come viene chiamato all’ingresso, dimostra subito di soffrire di un mix che esalta voce e batteria a livelli che neanche gli Spinal Tap osavano toccare, facendo quindi scomparire il resto. Il loro rock è deciso ed estremamente teatrale, nomen omen a tutti gli effetti, anche se a volte appare troppo sopra le righe di un pentagramma da emergenti. Fabrizio Pollio, alla voce, sembra il figlio di Paolo Benvegnù e Carmen Consoli, sul palco è il motore del gruppo e la principale fonte di pathos, assieme al violino di Vito Gatto, ma è proprio lui a spingersi agli eccessi che non sempre premiano l’immagine del gruppo. Nel complesso lo spettacolo è decisamente godibile e qualche argine solido farà certamente crescere la notorietà degli Io?Drama.

Lo stesso, assolutamente, non si può dire degli interpreti principali della serata, che al contrario elargiscono “Grazie” con manica stretta e si fanno persino pregare a lungo per uscire allo scoperto. Loro sì che dal punto di vista dell’adattamento al palco avrebbero bisogno di una bella spinta, soprattutto quel Bianconi, narratore tenebroso, che se ne sta lì quasi con la paura di cantare. Non a tutti i torti, forse, visto che non sempre gli riesce bene. La clemenza ci suggerisce di ripiegare sulle lodi per un’abilità poetica fuori dal comune, che questa volta può essere apprezzata a pieno grazie agli altissimi volumi vocali di cui sopra. Dello stesso beneficio gode Rachele, e con lei se ne giovano i momenti più intimi e femminili del concerto, quando il tono di voce non diventa fastidioso a causa dell’amplificazione scellerata. Su questa ci piacerebbe scaricare tutte le colpe dell’insoddisfazione nell’ascolto di motivetti adorabili come “Colombo”, ma quando diventa viziosa, forse bisogna considerare anche altre possibilità. Una di queste potrebbe essere la disarmonia con la quale si esprimono i sette strumentisti, cozzando continuamente l’uno con l’altro in un tourbillon ben lontano dalla perfetta alchimia che si può ascoltare su “Amen” e “La Malavita”, eccezionali episodi discografici su cui ripiega quasi interamente la scaletta della serata.

Dall’inizio alla fine, qualsiasi siano le note che provengono dal palco, l’impressione è comunque spiazzante per chi si aspetta di assistere ad un’estatica rappresentazione di perfetta magia, soltanto l’adorazione incondizionata dei fan o la lucida consapevolezza delle difficoltà a cui si sta per assistere possono accompagnare la pillola più dolcemente e frenare la rabbia per il maltolto. Perché non poter vedere i Baustelle ripetersi sulla scena in maniera tanto aggraziata quanto avviene dietro il sipario è davvero un peccato mortale.

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