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    Diretto da M. Night Shyamalan

    Data di uscita: 17-01-2019

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È un continuo saliscendi la carriera di M. Night Shyamalan: da “nuovo Spielberg” a paria sbeffeggiato da tutti e collezionista di “Razzie Award”, per poi riprendere l’ascensore e (con gli ultimi due film, “The Visit” e, soprattutto, “Split”) tornare sulla cresta dell’onda. Oggi arriva nelle sale “Glass e, purtroppo, dalle avvisaglie d’oltreoceano il Nostro sembra destinato a imboccare di nuovo una ripida discesa, questa volta ancor più delle altre senza meritarlo. Ma andiamo con ordine, perché “Glass” è l’episodio conclusivo di una delle trilogie più atipiche mai partorite, dispiegatasi nell’arco di poco meno di un ventennio. Nel 2000, con “Unbreakable”, il regista indiano naturalizzato statunitense, chissà quanto consapevolmente, destrutturava qualcosa che non aveva ancora una struttura ben definita, il cinecomic. Prima di “Watchmen” (il film, non la graphic-novel), prima di “Super!” di James Gunn o “Chronicle” di Josh Trank, ma soprattutto molto prima degli universi condivisi Marvel e DC, Shyamalan creava due antagonisti, il David Dunn di Bruce Willis e l’Elijah Price di Samuel L. Jackson, l’eroe riluttante e il “villain” geniale e senza scrupoli, indimenticabili per caratteristiche e (immediata) iconicità. Due anni e mezzo fa, poi, aggiungeva il terzo vertice al triangolo, con l’Orda/Kevin Crumb di James McAvoy, la Bestia tenuta a freno, che attaccava tutte le ragazze che, a suo parere, “non avevano sofferto”. Questo terzo e conclusivo capitolo si occupa di tirare le somme, narrative e tematiche, fallendo parzialmente nel primo obiettivo e centrando perfettamente il secondo.

Velocissima sinossi, perché non bisogna mai raccontare troppo delle trame dei film di Shyamalan: a seguito degli eventi di “Split”, David Dunn insegue la personalità sovrumana di Kevin Wendell Crumb in una serie di incontri sempre più intensi; il tutto mentre l’oscura presenza di Elijah Price, soprannominato l’uomo di vetro, emerge come l’orchestratore che detiene i segreti più scottanti di entrambi.

“Questa è una origin story“, ci dice Elijah in un momento chiave del film, chiarendoci definitivamente la doppia (tripla? quadrupla?) faccia del progetto: creare un universo, annichilirne le premesse e poi ampliarlo a dismisura da un lato; mantenersi in bilico sul pericoloso crinale tra scienza e fantascienza dall’altro, fornendoci tante risposte ma lasciando allo spettatore il compito di mettere ordine dall’altro. Ma i vertici sono tre, si tratta di un triangolo, e il cuore (fanta)scientifico della storia è tutto con Kevin e le sue molteplici personalità, vertice depalmiano della trilogia nell’episodio precedente, che usa in maniera inconsueta (al meglio o al peggio?) quell’ammasso grigiastro di cellule ed impulsi elettrici che rappresenta il nostro unico, vero superpotere: il cervello. Che può cambiare personalità, condizioni di salute e forza fisica dell’individuo unico e particolare che lo ospita, unico e particolare solo per il modo di usarlo. Questo aspetto, il più affascinante, è purtroppo anche uno dei più tralasciati in “Glass”, che soffre di una bulimia di temi e “spiegoni” non sempre centrati.

La scelta antispettacolare, dovuta al budget non faraonico imposto come sempre dalla Blumhouse, fa sì che l’opera si rinchiuda quasi sempre tra quattro anguste mura, quelle dell’istituto di sanità mentale dove la dott.ssa Staple (molto brava Sarah Paulson) tenta di “guarire” i nostri tre protagonisti. Elijah era già lì dai titoli di coda del primo film, David e Kevin ci finiscono dopo un formidabile prologo. In una stanza dalle pareti rosa pastello, in profondità di campo, assisteremo al VERO showdown, che pone le premesse per tutto quello che (non) avverrà dopo, culmine della parte centrale del film, che davvero perde troppo tempo a reiterare scene e situazioni.

Perché il problema del film è proprio questo: primo e terzo atto magnifici, non così il segmento centrale. Shyamalan vuole spiegare tutto e in poco tempo, sa di avere l’attenzione dello spettatore e ne approfitta, probabilmente troppo. Chiudiamo come avevamo iniziato, collegando il film alla storia personale di un regista che ha bisogno del limite e del controllo produttivo per rendere al meglio, pena degli attacchi di elefantiasi dialogica nelle sceneggiature difficilmente arginabili, anche al montaggio. Sotto il profilo registico e puramente tecnico, invece, niente da dire, una macchina da presa sempre ben posizionata e capace di creare tensione con poco o nulla, senza le scorciatoie degli shooter contemporanei. E’ ancora De Palma il riferimento, è Hitchcock, è il Ken Russell di “Stati di allucinazione”. Il finale è esaltante, problematico, ed un’inquadratura dall’alto di un momento tragico, crudele, che rimette in prospettiva quella che, fino a quel momento, era una focalizzazione interna al personaggio non così dichiarata, non vi abbandonerà per un bel po’ di tempo.

Una trilogia sghemba, strana, che inizia prima di tutti e finisce dopo di tutti, dopo “Super!”, dopo “Chronicle”, rischiando di risultare non più così brillante ed originale nelle conclusioni … Forse però il paragone più calzante è quello con “Birdman” di Iñarritu, grande successo di qualche stagione fa: ancora una riflessione intellettuale sulla moda contemporanea del superomismo cinematografico, lì però intriso di spocchia pseudo intellettualistica, qui realizzata ad altezza fumetto, tra un balloon e l’altro. Ed è proprio questo aspetto che lo penalizzerà al botteghino: il pubblico non si aspetta un film d’autore, ma la resa dei conti tra questi strani “freak”. Voi invece non fatevi fuorviare, e correte in sala.

 

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