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  • Glassjaw: Worship And Tribute

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Oltre la soglia delle origini

Sono cresciuti i Glassjaw. Sono maturati da quel “Everything You Ever Wanted To Know About Silence” che tuttora considero uno dei migliori debutti in campo nu-metal degli ultimi anni e che li portò sulla bocca di tutti, giovane promessa che faceva ben sperare per un genere che dava già qualche segno di crisi. I Glassjaw targati 2002 non sono più una nu-metal band (se mai lo fossero stata, vista la loro militanza nei primi anni di carriera all’interno della scena hardcore newyorkese), ma si sono trasformati in nient’altro che una bellissima rock band capace di grandi canzoni. Si, perché il gruppo capitanato da Daryll Palumbo ha raggiunto la maturità artistica in men che non si dica e, oramai, ogni sorta di catalogazione, inscatolazione, classificazione della propria musica non puo’ che andargli stretta. Rock nel suo significato più lato, è l’unico sostantivo che può ancora calzare. Provare per credere. Prendete l’assalto di “Tip Your Bartender”, ad esempio, equilibrato sempre da una certa melodia e poi in successione le splendide “Mu Empire”, con il classico intreccio cervellotico di chitarre, rimasto un’inconfondibile trademark della band oppure la struggente “Ape Dos Mil”, che si regge quasi esclusivamente sulla voce solare, particolarissima di Mr. Palumbo. Non sono andate perdute le doti che avevano fatto grande il predecessore di questo “Worship And Tribute”, sono state solamente smussate, affilate e preparate a colpire. Tutta l’aggressività del gruppo è rimasta, anche se leggermente nascosta dietro a tanta melodia, per nulla di quelle usa e getta (chi ha detto i Deftones di “White Pony”?). Provate ad esempio a seguire attentamente le contorsioni delle chitarre all’interno di tutto l’album; impresa difficile, davvero difficile, perché i Glassjaw non hanno intrapreso affatto una strada commerciale, se non all’apparenza. “Must Have Run All Day” è struggente e malinconica mentre “Stuck Pig” si appesantisce un po’ per poi lasciare spazio alla veloce “Radio Cambodia”, quasi di ispirazione punk-rock. C’é ancora spazio per un paio di songs per arrivare alla fine del disco, tra cui quel piccolo gioiello chiamato “Two Tabs Of Mescaline”, con il suo andamento altalenante tra dolci melodie e scatti improvvisi di ira ad opera della sempre gigantesca voce di Daryl. Un disco caldamente consigliato perché è un disco coraggioso, fatto col cuore. Indicato per chi non ha pregiudizi riguardo al genere e all’etichetta posta sopra un disco e non si basa soltanto sul numero di maschere, tute o cazzate del genere, presenti su un album, per comprarlo.

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