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  • Glenn Hughes: Building The Machine

    Glenn Hughes

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La Voce del rock si da alle costruzioni

Credo che esistano pochi artisti in grado di trasmettere emozioni intense come quelle che è riuscito a trasmettere Glenn Hughes nel corso di una carriera ormai trentennale. Il personaggio in questione è una vera e propria icona rock che con la sua voce ha contribuito a definire un genere: dai Trapeze ai Black Sabbath passando per i Deep Purple, Hughes ha collaborato con alcuni tra i più quotati musicisti hard rock, per poi avviare una carriera solista che se da un punto di vista strettamente commerciale non possiamo esattamente definire terremotante, sotto il profilo della qualità non ha mai lasciato trasparire alcun segno di cedimento. Anzi, se posso esprimere il mio personalissimo parere, la qualità media dei suoi dischi ha sempre evidenziato un’evidenta crescita, che trova l’ennesimo riscontro in questo nuovo “Building The Machine”, album spettacolare che supera in gradimento il pur validissimo “Return Of Crystal Karma” dello scorso anno. Poliedrico e multisfaccettato, “Building…” è un disco eclatante, in cui Glenn è riuscito a far convivere tutte le influenze musicali che ne hanno caratterizzato la carriera, per 11 tracce di rara bellezza in cui vengono esplorati generi apparentemente lontani com l’hard rock, il funky, il soul ed il rhythm’n blues. E proprio nel sapiente dosaggio di ingredienti tanto diversi che il disco prende quota, reso magico da una prestazione vocale davanti alla quale non possiamo fare altro che inchinarci. D’altra parte, il buon Glenn non è stato definito LA voce del rock per nulla. Apre le danze “Can’t Stop The Flood”, un micidiale pezzo hard rock sottolineato dai suoni settantiani di un efficacissimo Hammond e graziato da un refrain tanto incisivo quanto melodico. Sugli stessi livelli si muove la successiva “Inside”, a cui segue il classico rock’n roll di “Out On Me”, un pezzo che non avrebbe stonato su un qualsiasi album dei Trapeze. “I Just Want To Celebrate” è una cover del classico cavallo di battaglia dei Rare Earth, in cui Glenn duetta con un redivivo Pat Travers. “Don’t Let It Sleep Away” trasuda funk da ogni solco mentre “Feels Like Home”, il pezzo seguente, è un brano in cui la splendida voce di Hughes viene accompagnata da un delicato fraseggio acustico della chitarra di JJ Marsh per poi esplodere in un crescendo mozzafiato. Devastante. Con “Highball Shooter” Glenn rende omaggio ai ‘suoi’ Purple… E lasciatemi dire che non fa rimpiangere il vecchio compagno di avventure Coverdale. L’hard rock a tinte porpora vive anche nella potente “When You Fall”, che precede la ballata a tinte blues “I Will Follow You”. Le atmosfere intimiste e rarefatte di “Beyond The Numb” e “Big Sky” chiudono alla grande un album con cui un Hughes ispiratissimo dimostra (se mai ce ne fosse stato bisogno) come, a 50 anni, si possa continuare a produrre della grande musica al di là delle mode, delle etichette e dei trends del momento. A quando il prossimo disco?

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