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Gli attori di Valerian e la Città dei Mille Pianeti

Durante la visione di “Valerian e la Città dei Mille Pianeti”, il film di Luc Besson uscito lo scorso 21 settembre (qui la recensione) e ispirato ai fumetti di Pierre Christin e Jean-Claude Mézières, facevo fatica a seguire la storia e a collegare correttamente azioni e motivazioni dei personaggi. “Valerian” è forse un film molto criptico? Per niente, è una giocosa avventura di fantascienza che in più di un momento mi ha anche divertita. Ero io molto stanca quella sera? Non più di altre volte. No, il problema era un altro: gli attori di “Valerian”, in particolare i due giovani protagonisti Dane DeHaan (che altrove avevo invece discretamente apprezzato) e Cara Delevingne, recitano male.

Nel valutare le interpretazioni degli attori, il gusto personale ha di certo la sua importanza e mi è capito di sentire e leggere commenti anche positivi sulla prova di Cara Delevingne nei panni del sergente Laureline, e lo stesso regista racconta di averla scelta sulla base di un rigoroso provino: allora il mio problema è solo che non mi piace Cara Delevingne? Ancora una volta, no.

Cara Delevingne e suoi compagni di cast, sotto la guida di Luc Besson, usano una mimica limitata fatta di espressioni codificate a un livello molto elementare: quel modo di recitare che prevede si ruotino gli occhi al cielo per veicolare noia o fastidio, e si faccia un sorrisetto sghembo per suggerire malizia. Se mi trovo davanti a una recitazione fatta di smorfie e gesti non ragionati, una recitazione gestita oggettivamente in modo superficiale, io mi distraggo: i personaggi restano figurine di carta privi di caratterizzazione specifica, le loro azioni non mi interessano, gli avvenimenti scorrono senza toccarmi.

Ed è paradossale trovare in un film tanto disattento nei confronti della recitazione un personaggio che, nelle intenzioni degli autori, dovrebbe essere immagine metaforica proprio del lavoro dell’attore, o per dirla con le parole di Luc Besson, della sua «sindrome»: la Bubble interpretata da Rihanna è una mutaforma, un’artista che «non si limita a mascherarsi ma si trasforma, un’abilità straordinaria che però la fa soffrire perché la priva dell’identità. Bubble è nessuno, ma può essere chiunque».

Rihanna è stata fortemente voluta da Luc Besson, che però non riesce a farne un’attrice e la riduce a una bambola, capriccio di un regista che vuole davanti alla sua macchina da presa un volto e un corpo bellissimi e famosi ma non sa dare loro un senso cinematografico. Nel momento più importante e drammatico del suo breve passaggio sullo schermo, Bubble cita un verso di “Antonio e Cleopatra” (There’s beggary in the love that can be reckoned / Misero è l’amore che può essere misurato): «ho pensato che sarebbe stato fantastico avere Rihanna che recita Shakespeare in un film di fantascienza», dice ancora Besson, pensando probabilmente di aver ottenuto un effetto straniante, o ironico. Ma ci sarebbe stato bisogno di un’attrice in grado di giocare su più livelli, così a suo agio con gli aspetti ritmici della recitazione da saperli manipolare, così tecnicamente brava da potersi spingere verso l’autoparodia senza cadere nel ridicolo. Un po’ troppo impegnativo, per Rihanna.

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