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Gli elfi del nord, l’universalità del sentire

A volte la musica arriva al cuore come il ticchettio d’una pioggerella estiva, altre volte si disperde densa come le bianche nubi del mattino, altre ancora precipita scrosciante fra l’eco dei tuoni. La musica dei Sigur Rós invece, candida e selvaggia, sa posarsi sull’anima come fiocchi di neve fresca. Un ancestrale andirivieni d’incanti, instancabile dondolo di ogni bambino tanto meravigliato quanto smarrito nel dedalo di un mondo dai bordi pastello e dall’anima fiabesca. Un lenta e dilatata immersione in un paese senza età, così tremendamente nuovo e vergine, che tuttavia ci richiama la più vivida nostalgia per una casa di cui non abbiamo memoria, ma che sentiamo di aver già abitato tanto tempo fa.
Lo spettacolo ha inizio e la Cavea dell’Auditorium sembra abbracciare teneramente il palco, mentre gli sguardi del pubblico accarezzano incantati i volti sognanti di Jón þor Birgisson e soci. Un magistrale e sontuoso spettacolo prende forma sotto il limpido cielo stellato di Roma. I pezzi di “Ágætis Byrjun” e di “()” scivolano via leggeri e ipnotici. Suoni dilatati all’infinito in loop caleidoscopici danzano insieme con luci, ombre e veli in una coreografia tanto minimalista quanto pregna di pathos. I quattro conterranei di Björk sembrano voler trasfigurarsi in sincrono con la loro musica; con imbarazzante semplicità ogni componente del gruppo si scambia di ruolo con gli altri. Così ad esempio Orri Páll Dýrason (batterista) ci regala morbide, lente note dalle tastiere mentre Jón þor Birgisson, abbandonati microfono e archetto (con cui è solito suonare la propria chitarra elettrica) lo sostitusce alle pelli. In una lingua incomprensibile (un misto di islandese e di espressioni prive di forma che gli stessi Sigur Rós hanno ribattezzato “hopelandic”, vale a dire “speranzese) la voce di Brigisson risulta fin troppo espressiva, e se la mente rimane perplessa è il cuore a dirci che ogni singolo messaggio è stato nitidamente inteso. Suoni e rumori richiamano le terre del nord, ogni sinuosa circonvoluzione sonora slega il severo guinzaglio della razionalità e ci consegna inermi ai brividi più fondi dell’inconscio. Il canto delle balene, il profondo respiro della terra ed il soffio del vento sembrano susseguirsi senza sosta. Un viaggio senza tempo rapisce l’anima, eppure quest’affascinante notte di note vola via veloce e fresca come un ruscello di montagna. Poco più di due ore in cui flauti, archi, percussioni, chitarre, tastiere e qualche strumento francamente inidentificabile per eccentricità e stranezza si frammischiano vicendevolmente per farsi barca. Eccoci, passeggeri trasognati, non siamo mai stati così vicini al nostro cuore.
Un viaggio unico.

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