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Gli intercambiabili

Il Tunnel, si sa, è un posto mignon. Solo quando è più vuoto del solito sembra di dimensioni umanamente plausibili.
Bene, questa sera sul palco a iniziare sono i londinesi WALL., tre ragazzini che saranno nati all’incirca nel mio stesso periodo, se non poco dopo.

Si esibiscono in maniera quasi timida: i due uomini acerbi con chitarra e basso, la tipella che canta con una voce che ispira tenerezza. L’unico strumento che ciascuno di loro ha davanti SEMPRE è un sintetizzatore dal quale provengono basi di batteria elettronica ed effetti che condiscono le loro canzonette di sintetico pop britannico.
Finiscono e smontano l’apparato- il bassista, tra l’altro, rischia di cadere dal palco con un amplificatore tra le braccia.

Ci fanno attendere fino alle ventidue inoltrate, ma quando arrivano i Local Natives non sgarrano nemmeno a fargli uno scherzone.
Davanti a me, del tipo che se alzo il braccio gli tocco il mento, sta il baffuto Taylor Rice; sul restante spazio si ergono Kelcey Ayer (e la sua discutibilissima camicia con rondini), addetto a percussioni, voce e tastiere, il sobrio Ryan Hahn alla chitarra e, in fondo, Matt Frazier alla batteria.
Partono immediatamente con “You And I”, estratta dal nuovo album “Hummingbird”, per poi passare alla successiva “Breakers”, tripudio di colpi ai tamburi, che per poco non ci arrivano le schegge negli occhi.

Prima di “Wide Eyes” l’esile Taylor parla al microfono, ringraziando il pubblico e affermando che verranno suonati brani vecchi e nuovi. Il pubblico, dal canto suo, risponde con urla e applausi.
Il pubblico, vi dico, è composto da hipster barbuti, occhialuti e fermi, ma anche da ragazzette indie di cui una in particolare (soprannominata Moby Dick) a momenti si getta sul palco per commettere atti osceni in luogo pubblico con ognuno dei componenti.

La performance della band statunitense è carica e coinvolge abbestia chiunque si trovi nei dintorni; persino due cinquantenni alla mia sinistra ringiovaniscono in men che non si dica al ritmo di “Black Balloons” e “Heavy Feet”.
La cosa più apprezzabile dei Local Natives è che nessuno (a parte i due della sezione ritmica) ha un ruolo fisso: tutti accedono a tutti gli strumenti in un cambio-scambio democratico che non preclude le abilità di alcuno dei membri.

I pezzi si susseguono fino alla cover dei Talking Heads “Warning Sign”, forse la perla dell’intera esibizione.
Dopo “Bowery” i cinque se ne tornano in camerino e l’audience inzia a farsi sentire affinché tornino ai loro posti.
Detto, fatto: vengono eseguite altre tre canzoni, ovvero “Wooly Mammoth”, “Wkwc” e “Sun Hands”, ciascuna con una perizia tecnica e al contempo una passione tale da lasciarci lì a ballare come gonzi.
Torniamo alla realtà solo quando il sudore di Taylor ci benedice volando dai suoi capelli direttamente sulle nostre facce.

Alle undici e mezza circa i Local Natives ci salutano e noi, che siamo furbi, gli freghiamo il foglio della setlist e le bottigliette d’acqua che sono rimaste intatte sul palco per la totale durata del concerto.
Così l’universo intero è contento, specialmente noi ché Moby Dick se ne torna a casa.

You And I

Breakers

Wide Eyes

Black Balloons

Heavy Feet

Ceilings

Camera Talk

Mt Washington

Warning Sign (Talking Heads cover)

Colombia

World News

Airplanes

Bowery

BIS

Wooly Mammoth

Wkwc

Sun Hands

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