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Gli uomini rossi

Dalla commozione in sala stampa per le parole della protagonista Indios alle simpatiche chiacchiere su un divanetto allo Spazio Lancia dell’hotel Excelsior passa poco. Abbiamo incontrato Marco Bechis e Claudio Santamaria, regista e attore di “Birdwatchers – La Terra Degli Uomini Rossi”, il
film che qui a Venezia ha unito critica e pubblico, ricevendo lodi e applausi da tutto il Lido. Dall’autore italo-cileno che racconta di posti vicini alle sue origini, è nata una certa curiosità su come abbia vissuto il progetto l’attore romano…

Cosa sapevi di questa storia prima del film?
C. Santamaria: Non sapevo nulla, Marco è stato il primo a parlarmene. Conoscevo la costrizione a cui gruppi di persone di quei posti erano sottoposti, ma non conoscevo perfettamente la storia. Sapevo che gli Indios erano quasi estinti; la loro è una realtà di cui si è parlato così poco che conoscerla è una cosa abbastanza rara.

Come hai affrontato il personaggio?
C.S.: La prima cosa importantissima che ho cercato di fare è stata conoscere quella quotidianeità. Sono andato a lavorare in incognito con loro per immergermi nel ruolo dei lavoratori emarginati. Certo, il mio ruolo non è proprio come quello di un lavoratore, sono comunque un bianco che ha un determinato ruolo, quello dello spaventapasseri. Poi alla fine, come i passeri, ci si adatta anche agli spaventapasseri. Ho imparato tanto da questo personaggio, e pensare che per un po’ ho considerato il ruolo dell’attore come inutile.

Perché mai?
C.S.: Ho cominciato a pensarlo quando son passato dal teatro al cinema. Girare un film, stare sul set è del tutto diverso dalla sensazione che si prova ogni sera sul palcoscenico. Tutti mi parlavano di operazioni, ma io volevo fare un lavoro di comunicazione, e magari lasciare intatta quell’istintività che era emozione.
Lavorare con Marco mi ha riportato a chiamare il periodo delle riprese col nome esperienza e riconquistare l’intento di trasmissione del mio lavoro.

Hai mai pensato di fuggire a Hollywood come alcuni tuoi colleghi?
C.S.: No, non andrei a Hollywood per cercare qualcosa, preferirei restare in Europa, magari Londra o Parigi. Però ovvio che se mi chiamano, io ci vado!

L’esperienza con il doppiaggio com’è stata?
C.S.: Per me è stata una bella esperienza, anche se dopo ho dovuto accettare tante critiche: le ho accettate, anche se non tutte le ho condivise. Per l’ultimo Batman c’è stata molta preoccupazione da parte mia, ma poi ho scoperto che cercavano proprio un po’ d’incertezza, non il classico doppiatore. Quella di “Munich” è stata, invece, un’esperienza fantastica.

Com’è stato lavorare con questi attori atipici?
C.S.: Io li ho trovati attori e basta. Abbiam fatto insieme un laboratorio che è stato come uno dei tanti laboratori che faccio in Italia di tanto in tanto: si impara a lavorare col corpo, ad usare i vari linguaggi. Con loro è iniziata subito una magnifica relazione.
[PAGEBREAK] Cosa vi è rimasto dentro di questa esperienza?
C.S.: Dentro resta la grande voglia che ha questo popolo di imparare. Ti resta appiccicata addosso la consapevolezza che vivere il mondo in maniera totalmente diversa da come lo viviamo noi è possibile. Si resta affascinati nello scoprire che sanno leggere a fondo i segni della natura.

M. Bechis: Ci hanno insegnato la curiosità. In Italia si vive con sempre meno curiosità nei confronti dell’altro; si ha paura, ecco perché ogni volta che rientro in Italia lo trovo rimpicciolito, e non parlo di certo dell’economia del Bel Paese! Trovo che in qualche modo sono più moderni di noi, avrebbero da insegnare ad un paese sviluppato come il nostro.

Ci sarà una distribuzione brasiliana del film?
M.B.: Sì, dovrebbe uscire nelle sale brasiliane a novembre.

Quanto hanno aiutato nel portare in scena i protagonisti le musiche di Domenico Zipoli?
M.B.: Domenico Zipoli scrisse queste musiche per l’integrazione degli Indios intorno al 1700, anche se in realtà possono risultare abbastanza recenti, dato che sono partiture scoperte circa 13 – 14 anni fa. Mi piaceva l’idea di inserire musiche che appartenevano storicamente a loro, ma che avrebbero fatto da contrappunto alla situazione descritta nel film. Mi piace andare in questa direzione con le musiche dei miei film, ecco perché questa scelta.

Quella dei protagonisti del film è una vera e propria lotta. Voi avete mai lottato tanto intensamente nella vita per ottenere qualcosa?
M.B.: Sì, nel campo cinematografico! Il progetto per cui abbiamo lavorato di certo non è semplice: girare un film su un altro paese, portarlo in Italia e poi ad un Festival tanto importante, non è cosa da poco. Poi non son passati pochi anni dal muio ultimo lavoro, quindi credo di aver lottato abbastanza per questo film.
C.S.: Ho lottato nella mia carriera cercando di non fare brutti film, a suon di ‘no’. Al liceo, poi, lottavo per il bagno che non c’era… fa curriculum? (risata, ndr)

Quest’anno si parla di ripresa del cinema italiano. Strano però che gli italiani di Cannes parlino dell’Italia, dei suoi problemi e della sua storia e quelli di Venezia guardino all’estero. Oltre al tuo racconto sugli Indios, la sezione Orizzonti presenta la storia dei bambini rumeni diretta da Pontecorvo.
M.B.: Sì, strana cosa questa. Anche se credo non si possa misurare la distanza che intercorre tra un regista e la sua opera, seppur racconti di paesi lontani. Quello che conta è lo sguardo; il mio film lo reputo un film italiano a tutti gli effetti perché è visto con uno sguardo tutto italiano. In Brasile mi hanno detto che non hanno ancora un film come questo, così come ai tempi di “Garage Olinpo” mi dissero di non avere ancora un’opera simile in Argentina.

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