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Gnut: andare via e tornare a casa

Il 22 aprile è uscito Prenditi Quello Che Meriti, il secondo album da solista di Gnut. Noi l’abbiamo incontrato sabato a Milano, dopo il secondo concerto del tour che si è tenuto all’Arci Ohibò, e abbiamo parlato di lui, della sua musica e dei suoi progetti.

Cominciamo con la prima domanda un po’ a mo’ di presentazione: il nome Gnut che origine ha? Da dove viene?
Dovevo partecipare a un festival nel 2002 e avevo chiesto a due amici di partecipare con me, un contrabbassista e Piero, il bassista che ha suonato stasera. Mi chiesero se volevo presentarmi come Claudio Domestico o se c’era un nome per la band. Dato che Claudio Domestico è un nome poco rock’n’roll non mi piaceva. Ci siamo messi là a dire dei nomi così a caso per qualche minuto fino a quando non mi è uscito Gnut, e gli altri hanno detto: “Mah, però si deve scrivere proprio G N U T?”, e io ho detto: “Mah, scriviamolo come volete, tanto è un festival bruttissimo”…

E poi è rimasto quello…

L’abbiamo vinto quel festival, e ce lo siamo tenuto. Poi la band è diventata il mio progetto, e adesso mi chiamano Gnut.

Proprio a questo proposito volevo chiederti: tra il progetto musicale della band e il tuo come solista c’è qualche continuità? Ci sono differenze? Cos’è che è cambiato?

La differenza sostanziale è che il primo disco, quello degli Gnut come band, io l’ho scritto per quella band e per quel sound. Vivevamo tutti a Napoli e ci vedevamo in questo scantinato tutte le sere e arrangiavamo i pezzi insieme. Poi io mi sono trasferito a Milano, il violinista a Parigi, un altro a Roma…quindi ci siamo allontanati tutti, e già i pezzi del secondo disco li ho scritti da solo a Milano. Si era perso quel modo di suonare, anche perché non mi andava di fare la copia dello stesso disco: mi piace cambiare sempre. Quindi il secondo è diventato il mio primo disco solista e questo qua è il mio terzo, e me lo sono anche prodotto e arrangiato da solo per la prima volta.

Terza domanda a proposito del nuovo album, Prenditi Quello Che Meriti, che è il tuo secondo album come solista e però per certi aspetti è molto diverso da quello del 2006: dal tuo punto di vista quali sono le differenze più grandi tra Il Rumore Della Luce e Prenditi Quello Che Meriti?

Il Rumore Della Luce è un disco che ho registrato in dieci giorni in Francia, con la produzione di Piers Faccini, che è stato bravissimo e ha curato anche gli arrangiamenti. Erano canzoni che ho scritto in un momento particolare della mia vita, quando mi ero trasferito a Milano, ero da solo…ed erano una sorta di sfoghi notturni, quelle canzoni di cui un po’ ti vergogni perché racconti troppo te stesso, e quindi quando le fai sentire a qualcuno ti imbarazza. Però poi a un certo punto ho capito che le cose di cui ti vergogni sono le più belle da condividere perché le sentono anche gli altri, e quindi diventa uno scambio emotivo molto forte. Il secondo disco è improntato proprio su quel tipo di canzoni lì. Il terzo l’ho prodotto e arrangiato da solo, quindi ho avuto la libertà di vestire le canzoni nel modo che più mi piaceva, e nei testi ho alternato quell’approccio là che avevo nel secondo disco, arrangiandolo un pochino di più, a un approccio più positivo, perché avevo elaborato la parte scura di me nell’altro disco e volevo far uscire il mio aspetto solare in alcune canzoni di quest’altro.

Solitamente quando scrivi una canzone che cos’è che ti spinge a farlo? C’è poi qualcosa che ti ha particolarmente ispirato mentre scrivevi i brani di questo disco?

Le cose che mi ispirano di più sono le cose che mi succedono. Ci sono molti autori di canzoni che provano a scrivere tutti i giorni e aspettano un’idea bella. No, io aspetto l’ispirazione, aspetto di vivere prima qualcosa di importante, di pesante nella mia vita e poi provo a raccontarlo. Quindi passo pure dei periodi molto lunghi in cui non suono, non tocco la chitarra, e poi dopo una serie di giorni la prendo, inizio a suonare, inizio a scrivere un pezzo, perché sono emotivamente preso da qualcosa. Quello che mi capita nella vita assurda che faccio, dedita a cercare l’ispirazione, lo racconto nelle canzoni.

Quando scrivi una canzone solitamente com’è che avviene? Scrivi prima il testo, prima la musica, vengono tutte e due le cose insieme, oppure dipende dalle canzoni?

Dipende dalle canzoni. Ce ne sono alcune in cui nascono contemporaneamente: già stai cantando il testo giusto, devi soltanto scriverlo e in cinque minuti hai la canzone. Ce ne sono altre che hanno diverse stesure, e quindi cambio il testo, cambio gli accordi, cerco un sacco di soluzioni. Poi scrivere in italiano non è così semplice, perché non è una lingua musicale come l’inglese o come il napoletano, e quindi riuscire a trovare la metrica che mi piace è un po’ come cercare la combinazione di una cassaforte, ed è un gioco che mi diverto a fare in alcuni casi, mentre in altri, quando l’ispirazione è forte, già hai detto tutto subito, e puoi soltanto rovinare quello che ti è venuto se ci metti le mani.

Parliamo un po’ delle tue influenze musicali. Quali sono i tuoi punti di riferimento in questo ambito? Sia per quanto riguarda singoli artisti, gruppi o anche generi e tradizioni musicali. Dicevi prima della canzone napoletana, per esempio.
Si, in realtà mi sono divertito parecchio a vestire le canzoni con i vari generi che mi piacciono. Quindi ci sta un pezzo che si rifà alla musica tradizionale africana del Mali, perché ho ascoltato per alcuni anni tantissima musica tradizionale africana, che ovviamente mi ha condizionato poi in scrittura e nell’arrangiamento del pezzo. Come il rhythm and blues, il jazz, il blues del Mississippi, la canzone napoletana, il grunge perché da ragazzino lo ascoltavo… Ci ho messo tutto quello che mi piace, nella maniera più serena possibile.

Napoli è il luogo da dove vieni, la tua terra d’origine, però in questo ultimo album uno dei temi più importanti è quello del viaggio. Quindi volevo chiederti che rapporto c’è per te tra questi due elementi: da una parte le radici e le origini e dall’altra la necessità di andare via, di cambiare, di cercare nuove cose.
Essere di Napoli ti dà un legame molto forte con la tua terra, con le tue radici, con la tua tradizione, e ti resta addosso anche quando ti allontani tantissimo. Ed è una cosa bellissima, in realtà. Io mi sono allontanato da Napoli perché comunque Napoli è una città meravigliosa ma molto complicata. È come una bilancia dove da un lato ci sono cose meravigliose ma dall’altro lato ci sono cose molto complicate da dire. Quando nasci in una città, dopo un po’ ti abitui alle cose belle e ti iniziano a pesare sempre più le cose brutte. Quindi quando sono arrivato a venticinque anni, pure per desiderio d’indipendenza, mi sono trasferito a Milano, ho iniziato a girare dopo tre anni tra Milano, Parigi e Roma – e tornavo comunque spessissimo a Napoli – e la distanza mi ha fatto riinnamorare della mia città, perché ho riscoperto le cose meravigliose alle quali m’ero abituato prima di partire, e quindi adesso che ci torno mi sento a casa e sto benissimo.

Il tuo ultimo disco è autoprodotto ed è stato distribuito da un’etichetta indipendente di Torino. Cosa ne pensi della musica indipendente italiana di oggi? Ci sono artisti che apprezzi particolarmente, o con cui magari ti piacerebbe collaborare?
Si, io l’underground italiano l’ho conosciuto pubblicando la prima demo, il primo ep come Gnut nel 2003, e ho scoperto un mondo che per me non esisteva, perché ascoltavo tutta musica straniera. Però bazzicando nell’underground italiano e nei locali ho incontrato un sacco di persone, e ho avuto la fortuna di farli suonare in questo disco, la maggior parte, come Giovanni e Mattia dei Marta (sui Tubi, ndr), che amo come band e seguo dal primo disco. Francesco Forni e Ilaria Graziano mi piacciono molto, Bianco è molto bravo… Ci stanno un sacco di cose. A Napoli ci stanno venti gruppi validissimi e mai se ne sente parlare nel resto d’Italia perché non hanno una grossa produzione. Però ci stanno un sacco di cose meravigliose, basta solo un po’ di voglia di andarle a cercare. Per questo è importante quello che fate voi, ed è anche il mio caso… È anche una fortuna il fatto che la gente è costretta a venirti a cercare e non sei imposto a nessuno.

Si, sicuramente se uno viene appositamente a cercarti significa che gli piaci.

Esatto.

Ieri si è aperto il tour proprio a Napoli, oggi è la seconda data a Milano e poi nei prossimi giorni sarai anche a Torino e a Roma. Come sono andati secondo te questi primi due concerti? Sei soddisfatto?
Sono felicissimo perché non suonavo con la band e con dei musicisti da un anno e mezzo, due anni quasi. Il secondo disco l’ho portato in giro da solo voce e chitarra, da posti bellissimi a posti bruttissimi, me li sono fatti tutti. Quindi mi mancava parecchio avere una band che mi supportasse dal vivo, soprattutto su questo disco che ho arrangiato di più rispetto agli altri, e quindi mi serviva proprio tanto. Finalmente è arrivato questo momento dopo due anni, ché non ce la facevo più, e sono felice.

Ultima domanda. Hai qualche progetto per il futuro? Hai già scritto qualche nuova canzone? Stai pensando magari a qualche nuova data per l’estate?
Si, stan nascendo un po’ di festival per l’estivo. Non mi ricordo bene le date, però c’è il sito gnut.it dove si possono trovare tutte. Ho scritto un disco per bambini, lo devo finire… Collaborerò con Alessandro Rak, regista dell’Arte Della Felicità, un film in animazione molto bello, in cui ho fatto un pezzo per la colonna sonora….e lui farà tutte le animazioni di questo disco per bambini. E poi sto facendo un progetto che si chiama Balsamo in omaggio agli Shampoo, un gruppo napoletano che rifaceva i Beatles in napoletano negli anni Ottanta, e io con Gino Fastidio, che è questo comico di Made in Sud, rifacciamo i Nirvana in napoletano e ci chiamiamo Balsamo. Una cosa molto divertente.

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