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  • Goad: In The House Of The Dark Shining Dreams

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Ancora sul campo di battaglia

Quanto a fondo è necessario scavare nella corteccia di un disco per capire i pensieri di chi l’ha scritto, penetrare il muro di una registrazione casalinga, calarsi nelle atmosfere torbide evocate con difficoltà da un incedere traballante di batteria e basso, dalle ruvide chitarre, cercare di farsi ipnotizzare e convincere, ammaliare da una musica asfissiante e ormai vecchia?
I fratelli Rossi, Maurilio e Gianni, nonostante l’esperienza decennale, hanno raccolto poco e sono rimasti radicati all’underground discografico italiano, battendo il filone della PFM, degli Area, quel progressive un po’ scarno e recitato di tradizione italica, mescolato con i pattern e la molteplicità di spunti e virate proprie dei grandi vecchi: King Crimson (cover annessa), Genesis, Rush, Led Zeppelin. Temi cupi, ambientazione fantasy, buone intenzioni, ma il disco è impacciato, gli inglesi lo chiamerebbero “goofy” per come arranca su scenari di epiche battaglie che non evocano cruenti scontri a lama bianca ma al più pomeriggi con righello e Warhammer, i brani sembrano presi da un film di John Carpenter per lo stesso uso morboso delle tastiere e gli stessi suoni lo-fi, la stessa ambiguità dei risultati, senza mai capire se veramente si fa sul serio, con quei suoni pacchiani e il church organ che solitamente si sente nell’intervallo della finale di football.
Non è certo un disco inteso per suonare cattivo, è progressive cupo e deforme, un ibrido malsano che, nel pregevole tentativo di unire due componenti che solo sporadicamente vanno a braccetto, avrà il suo appeal tra pochi progster dal cuore nero, quelli che saranno disposti a calarsi nella caverna dei Goblin con vent’anni in più sul groppone, portarsi dietro due dadi da venti e crederci ancora.

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