Home > Report Live > Gods (and Gods wannabes) of Metal Day 1

Gods (and Gods wannabes) of Metal Day 1

Eccoci finalmente arrivati all’evento metal italiano per eccellenza. Giunto alla sua 13esima edizione, questo figlio legittimo del Monsters Of Rock ritrova la location dello stadio Brianteo di Monza, già teatro dell’evento qualche anno fa.
Purtroppo ragioni logistiche legate al traffico ed alla difficoltà di parcheggio non ci permettono di assistere all’esecuzione di Voivod e Backyard Babies, act piuttosto attesi e sfortunatamente relegate ad orari mattinieri e quindi piuttosto infelici.
Il colpo d’occhio dei due palchi gemelli montati fianco a fianco è notevole e tale soluzione si rivelerà vincente durante lo svolgimento della giornata. Colpisce piuttosto il fatto che la location sia mezza vuota e questo cambia poco anche man mano che la giornata procede e le esecuzioni degli headliners si avvicinano.

È pertanto tempo dell’esecuzione degli olandesi Epica quando riusciamo a prender posto all’interno della venue. La loro proposta, a dire il vero un tantino pomposa e pretenziosa, non riesce a convincere molto i presenti. Complice forse anche il fatto che la componente gotica, evidenziata da voce soprano e tonnellate di tastiere, viene poco avvantaggiata dalla piena luce solare. L’esecuzione del sestetto quindi fila via liscia a beneficio esclusivo o quasi dei propri accoliti.

Rapida pausa quindi e via sull’altro stage con il ritorno dell’ex chitarrista dei Megadeth dei tempi d’oro, Marty Friedman. Che talento, che personaggio, che carisma… e che noia!! Chi o cosa ha messo in quella voluminosa e brillante testa riccia l’idea che 45 eterni minuti di musica totalmente strumentale e piena di virtuosismi potesse essere divertente o adatta ad un pubblico di un festival venuto principalmente per divertirsi? Il livello tecnico ed esecutivo sia di Marty sia del suo gruppo (metà del quale giapponese), è assolutamente fuori questione, non una nota viene suonata senza precisione assoluta e gusto, ma niente di tutto ciò riesce comunque a destare duraturo interesse.

Tocca agli Edguy di Tobias Sammet cercare di risollevare gli animi. I cinque tedeschi fanno un ottimo ed acclamato ingresso sfoggiando grinta e presenza scenica, riuscendo finalmente a catalizzare l’attenzione degli astanti, soprattutto con i pezzi tratti dalla loro più recente produzione, rocciosi, granitici e coinvolgenti, nonostante qualche calo vocale di troppo sul finale di set.
Sia i vecchi fan devoti al power e sia i rocker in generale vengono comunque soddisfatti da una scaletta equilibrata, con menzione d’obbligo per le varie “Speedhoven”, “Tears Of Mandrake” e “Lavatory Love Machine”. L’energica performance degli Edgy si chiude in bellezza con “King Of Fools”, per la gioia di nuovi e vecchi fan.
[PAGEBREAK] Giusto il tempo di un rapido pit-stop presso i bagni del Brianteo, degni della worst toilet in Scotland di trainspottiana memoria, ed è già ora di spostarsi sotto l’altro palco per testimoniare al rientro sulle scene di Lita Ford, l’ex Runaways che spopolava (e non necessariamente per meriti puramente artistici) negli anni’80. Purtroppo sia il fisico da pin-up che la freschezza dei brani non è che abbiano retto benissimo l’incedere del tempo, ma l’oretta scarsa di concerto è risultata divertente e ricca di hit-singles tra i quali citiamo con un sorriso sulle labbra “Kiss Me Deadly”, “Can’t Catch Me”, “Back To The Cave” e la famigerata “Close My Eyes Forever” a suo tempo cantata in coppia con Ozzy Osbourne. Nota di cronaca, al fianco della cara, vecchia Lita abbiamo potuto ammirare Ron Bumblefoot Thal, attuale chitarrista dei Guns n’Roses.

Con il trascorrere delle ore sale il livello delle band che compongono il bill di questa prima giornata di festival. Sono da scoccate le 18:00 e sopra Monza iniziano a radunarsi nuvoloni dall’aspetto tutt’altro che rassicuranti. Sul palco sono attesi i Queensryche, la prima band a raccogliere un numero davvero consistente di spettatori. Spulciando qua e la sul web avevamo avuto modo di intravedere la direzione che avrebbe preso la set-list, e grazie al cielo la limitazione temporale (un’oretta) non ha impedito ai veterani di Seattle di mettere insieme una versione light dello show che da qualche mese stanno portando in giro per il mondo: si tratta infatti di uno spettacolo suddiviso in tre suite, ciascuna dedicata ad uno specifico album. Se la scelta di occupare lo slot centrale con “American Soldier” era scontata, se tutto sommato dedicare la chiusura di set ad “Empire” poteva anche essere prevedibile, decisamente meno scontata, ma proprio per questo assolutamente gradita, è stata la decisione di aprire le danze con il disco che chi scrive considera tutt’ora il capolavoro della band. E no, non stiamo parlando di “Operation:Mindcrime”, ma del suo predecessore “Rage For Order”, un album che all’epoca era già di buoni vent’anni avanti a tutto il resto. E se vedere i ‘ryche aprire con “Neue Regel” ha dato un senso alla giornata, vi lasciamo immaginare cosa può aver significato per i fan della prima ora vedersi proporre a ruota anche “The Whisper”, “Screaming In Digital” e “Walk In The Shadows”.

Sullo stage del Brianteo Tate e soci hanno rimpiazzato il defezionario Mike Stone con Parker Lundgren e Jason Ames, una scelta davvero felice in termini di resa sonora, che ha permesso alla band di proporre con fedeltà ed efficacia gli elaborati suoni che richiedono i brani in scaletta. Tutto sommato i pezzi di “American Soldier” dal vivo rendono bene, ma è chiaro che schiacciarli col peso di due colossi come “Empire” ed il succitato “Rage For Order” lascia loro poco scampo. Lo show, intenso ed emozionante, si chiude con un poker d’assi. “Best I Can” sfuma in “The Thin Line”, che precede una “Jet City Women” da brividi, lasciando ad “Empire” il compito di chiudere un concerto breve ma dalla forte connotazione emotiva, resa ancora più vivida dalla pioggia che nel frattempo ha deciso di inzuppare i gechi da transenna che popolano la prima fila.
[PAGEBREAK] Cade ancora qualche goccia di pioggia quando i roadie iniziano a togliere le protezioni di nylon dal gear dei Tesla, che possono pertanto fare il loro ingresso sul Cruefest stage. Da tempo immemore i cinque californiani non si vedevano sui palchi italiani e il tempo a disposizione è poco, via con la musica quindi. E che musica, si parte subito con l’accoppiata “Forever More”- “I Wanna Live” prima di buttarsi nelle glorie del passato con “Modern Day Cowboy”. Purtroppo a questo punto qualche guasto tecnico all’ampli del bassista Brian Wheat costringe i 5 a ripetere il pezzo. Jeff Keith, simpatico e divertente come sempre commenta con un genuino shit happens l’accaduto e l’episodio è presto dimenticato. “Into The Now”, “Signs”, “Love Song”, “Little Suzi”, “Hang Tough”, “Breaking Free” tra le varie perle donateci dalla band ben accolta dal pubblico. Frank Hannon stupisce come sempre grazie alla sua bravura ed al feeling con cui suona le sue Gibson ed il novellino Dave Rude non è da meno. Indimenticabile a tal proposito il duello chitarristico proposto nella grandiosa “Cumin’ Atcha Live” posta in chiusura di show insieme al ripescaggio a sorpresa di “Rock Me To The Top”.

Si scrive Heaven And Hell ma si legge Black Sabbath, checché ne possa dire la signora Osbourne. Pochi minuti ci separano da un appuntamento con la storia del rock, quando finalmente le prime note di “E5150″ introducono l’ingresso in scena di Geezer Butler, Toni Iommi, Vinnie Appice e di un Ronnie James Dio che tira fuori il suo biglietto da visita marcato “Mob Rules”: sul palco si agitano, anagraficamente parlando, circa due secoli e mezzo, ma quella che esce dagli speaker non è solo musica, è la quintessenza dell’heavy rock. Il basso di Geezer ti arriva fin dentro all’anima, i riff di Iommi risuonano granitici contrappuntati dal drumming stile fabbro ferraio di Appice. Su tutti svetta il piccolo grande Ronnie James, probabilmente la persona più anziana presente a Monza ma la cui voce non conosce confini e che nonostante una partenza fredda, si scalda nel giro di un paio di brani per esplodere in tutta la sua potenza. Immersi nello spettrale scenario ricostruito sul palco del Brianteo, la band incanta con una scaletta devastante per quanto priva di sorprese. Accanto alle classicissime “Children Of The Sea”, “Die Young” e ad una “Heaven And Hell” da brividi trovano posto alcuni estratti da “Dehumanizer” e i doverosi riferimenti al recente, nuovo album “The Devil You Know”, da cui vengono presentate “Fear”, “Follow The Tears” ma soprattutto “Bible Black”, pezzone epico assolutamente all’altezza dei grandi classici del passato. Il ritorno sul palco per il doveroso encore è graziato dalle prime note di “Country Girl”, purtroppo destinate a sfumare nel breve volgere di pochi istanti nei roboanti riff di “Neon Knight” che chiude trionfalmente la performance di quelli che, fosse anche solo per meriti storici, avrebbero dovuto chiudere questa prima giornata di Gods Of Metal. Il pubblico sfolla e transuma lentamente verso il palco di destra, sul quale sono attesi i Motley Crue.
[PAGEBREAK] L’attesa dei vari glamster intervenuti si fa spasmodica per i loro indiscussi idoli. Cade il telo a sipario a coprire il palco dalla scenografia decadente per l’ingresso trionfale dei Motley Crue. Parte l’intro e già si pensa alla bordata sonora che i 4 degenerati ci riservano, eccoli… ed il colpo che sparano stasera è a salve fin dalle prime note! Il missaggio dei suoni è impastato ed incomprensibile, il volume da ospizio, soprattutto se paragonato alla potenza dello show degli Heaven And Hell. Ma ciò che è infinitamente peggio è che i quattro sembrano proprio non ingranare per niente stasera. Nulla a che vedere con lo spettacolo offerto 4 anni fa in quel di Bologna in occasione del tour di reunion, oggi sono fuori forma e svogliati. Vince Neil canta una frase si e una no, in evidente debito di ossigeno, Nikki Sixx sembra del tutto disinteressato ed assente vaga per il palco degnando di poche attenzioni il pubblico. Anche il professionale Mick Mars sembra un po’ sottotono stasera, destando più di una preoccupazione quando verso fine set deve appoggiare la sua malandata schiena ad un ampli, evidentemente provato, mentre la batteria di Tommy Lee ha un suono indegno e per di più tra un pezzo e l’altro l’esuberante batterista si esibisce in orrendi siparietti canterini da oratorio. Anche Vince Neil prova a sviolinare il pubblico con una sua presunta parentela italiana che comunque non incanta nessuno tra il pubblico.

Di una scarsa ora e venti di concerto solo “Don’t Go Away Mad” e “Girls Girls Girls” godono di un’esecuzione di livello sufficiente, il che è tutto dire. Salute di Mick a parte l’impressione di freddezza ed apatia che si è percepita dallo stage, sia tra i membri della band che nei confronti del pubblico è che la band sia veramente alla frutta, sensazione corroborata dall’esecuzione, in chiusura di concerto, di una sfiatata versione di “Home Sweet Home”, con un Tommy Lee che il piano lo ha probabilmente imparato a suonare con il metodo Bontempi!

Quando a domenica appena cominciata cala il sipario, possiamo fare un primo sommario bilancio.
L’organizzazione è stata buona, la scelta del doppio palco ha agevolato la logistica dei roadie e minimizzato i tempi di attesa tra una gruppo e l’altro. Meteo clemente, nonostante le funeste previsioni, partecipazione di pubblico soddisfacente. Dal punto di vista strettamente musicale, un cartellone sulla carta assolutamente di primo livello ha mostrato gravi carenze strutturali, tra cui citiamo i tre quarti d’ora da orchite fulminante offerti da Friedman, quando una band storicamente importante ed assolutamente attesa come i Voivod ha dovuto suonare per sì e no mezz’ora quando i più neanche avevano fatto colazione.

La divisione dei palchi/concerti tra i gruppi più heavy e quelli più commerciali ha avuto un senso, permettendo alle frange estreme di riposarsi tra un gig e l’altro, ma costringendo gli appassionati di entrambi i filoni ad un tour de force micidiale. Assolutamente irrispettosa la collocazione dei Crue in chiusura di giornata a scapito dei Black ehm…degli Heaven & Hell, assoluti protagonisti del sabato metallico, sia dal punto di vista storico che da quello strettamente musicale. E poi… è mai possibile chiudere un Gods con “Home Sweet Home”? Cosa ci dovremo aspettare la prossima volta? Ai posteri, o ancora meglio, agli Slipknot l’ardua sentenza. Domani, solito posto, solita ora.

Scroll To Top