Home > Report Live > Gods (and Gods wannabes) of Metal Day 2

Gods (and Gods wannabes) of Metal Day 2

Il secondo giorno del Gods Of Metal 2009 è incentrato sull’estremismo, con gruppi storici come Napalm Death, Carcass e Cynic, affiancati da nomi più giovani come Slipknot, Static X e The Black Dahlia Murder. Non mancano però momenti meno rumorosi come quelli affidati a Blind Guardian e Dream Theater. Assenti invece i Saxon, saltati per un problema al tour bus. L’organizzazione della Live si è rivelata buona per quanto riguarda la parte prettamente musicale (palchi, luci, acustica) ma inconcludente per il catering. L’introduzione dei gettoni prepagati ha semplicemente spostato la fila dalla cassa al ritiro vivande: se i punti che vendevano da bere erano molteplici e disseminati in più punti del Brianteo, per mangiare c’era un’unica interminabile fila.

The Black Dahlia Murder. Non è mai facile aprire un festival, specie quando sono le 10:30 di mattina e sotto il sole già cocente passeggiano zombie appena svegliatisi. La convinzione con la quale la band americana urla il proprio black death moderno è comunque ammirevole e alla fine la loro mezz’oretta di show è promossa anche se a muovere il culo sono ancora in pochi.

Static X. Diciamocelo chiaramente: questo è un gruppo di sopravvissuti, restato miracolosamente in piedi dopo la fine del nu metal nonostante i dischi trascurabili che hanno seguito il divertente debutto. Wayne Static è ancora pettinato come Bart Simpson per sembrare più alto, ma almeno ha abbandonato le sue scarpe con zeppa. A lui e alla sua ciurma va il merito di aver iniziato a scuotere il già folto drappello di spettatori assiepato sotto il palco – verosimilmente tutti fan degli Slipknot. La breve scaletta è incentrata soprattutto sui primi 2 dischi – per fortuna – e quando hanno chiuso con “Push It” si è faticato davvero molto a stare fermi.

Cynic. I Cynic potrebbero sembrare un po’ fuori posto in un contesto come il Gods Of Metal ma basta farsi due conti per scoprire che invece è il contrario. Stiamo infatti parlando di una vecchia gloria che non lascia indifferenti gli estremisti old school (presenti per Napalm Death e Carcass) e che grazie alla componente tecnica messa in campo è in grado di coinvolgere anche gli appassionati di prog (presenti per Dream Theater). A questo aggiungeteci la prestazione formalmente perfetta di Masvidal & Co. e una scaletta che omaggia equamente entrambi gli album della breve discografia della band. Il risultato è un’oretta interessante per una parte di pubblico e noiosissima per l’altra (presente per Slipknot).

Napalm Death. Ore 13 o quasi, caldo soffocante. A cercare di far collassare del tutto la folla ci pensano i Napalm Death in persona. In una quarantina di minuti cercano di vomitare sul pubblico una carriera ormai ultra ventennale; Embury sempre più brutto, Greenway (se possibile) sempre più schizofrenico. Il loro set pesca un po’ da tutta la discografia degli inglesi, ma sono “Suffer The Children”, la straclassicissima “Nazi Punks Fuck Off” e “Siege Of Power” i brani che raccolgono i maggiori consensi. Coi culi rotti a dovere, si può ora andare a mangiare. Non foss’altro che la coda ai punti ristoro dura sempre non meno di mezz’ora…

Mastodon. Questo è uno dei gruppi più sopravvalutati attualmente in circolazione. Ad esclusione di “Leviathan” vantano una discografia tutt’altro che esaltante e dal vivo la noia che pervade il loro ultimo disco esplode in uno sfiancante fragore. Il batterista è bravissimo e buffo, i 2 cantanti sono migliorati negli ultimi anni e le canzoni proposte coprono adeguatamente la loro discografia. Incuranti del sole frotte di fan cantano e agitano le braccia. Ma mentre il pubblico è indefesso, i 4 tizi sul palco sono – nell’accezione latina del termine – fessi. Se non fosse stato per il caldo, che le avrebbe sciolte, avrebbero potuto sostituirli con statue di cera. Chi non si è lasciato irritare da una tale presenza scenica si è comunque goduto un’ottima esecuzione di canzoni come “Blood and Thunder”, “March Of The Fire Ants” e la suite di “Czar”.

Tarja. Bianco, nero, rosso (i colori della scenografia); rosso e nero (quelli del vestito dell’ex cantante dei Nightwish). Non è che pure Tarja ha una relazione segreta col papi nazionale e vuole pubblicizzare la celebre squadra di calcio del nostro amatissimo? Questo a noi non è dato sapere. È invece cosa certa che la cantante finlandese gode di ottimi suoni e che la gente non va in visibilio per i suoi brani solisti. Cosa che invece accade, puntuale, quando la nostra esegue “Nemo” e “Wishmaster”, indimenticabili (o almeno, così ci dicono) episodi di una fase della sua carriera ormai lontanissima. Vicinissimi sembrano al contrario essere lancinanti dolori al collo, dato l’ossessivo headbanging di cui Tarja si rende protagonista. Non vorremmo essere nei panni del suo dottore.
[PAGEBREAK] Down. Anno 1990, i Pantera fanno il botto con “Cowboys From Hell” e un ragazzino che si fa chiamare Phil Anselmo sfoggia una cresta sciolta che è tutto un programma. Anno 2009, i Down salgono sul palco del Gods of Metal e un uomo che si fa chiamare Phil Anselmo sfoggia una cresta sciolta che richiama la stessa di cui sopra. E con ciò? Nulla. Di acqua (e, ahi noi, sangue) sotto i ponti ne è passata, e i Pantera sono ormai soltanto un ricordo, seppur vivido assai. Life goes on, e non fosse per il fatto che Phil, durante il set, omaggia l’indimenticato Dimebag, i fan dell’ultima ora potrebbero anche ignorare tutto ciò che è stato prima. I Down si rendono protagonisti di una performance tanto breve (una cinquantina di minuti) quanto fisica, e due sono le cose che saltano subito all’occhio: il buon stato di forma in cui si ritrova Anselmo (sì, lo abbiamo già menzionato troppe volte) e quello pessimo, pessimissimo, in cui versa Rex Brown. C’è materia per i dottori, ricollegandoci al collo di Tarja. La performance fila via senza sussulti, fra un omaggio a quella puttana morente di New Orleans e una “Bury Me In Smoke” che chiude la prova della band della Louisiana. Da notare l’invasione di palco da parte di Fratello Metallo (…) e l’accenno finale di “Stairway To Heaven”, ovviamente ad opera di Anselmo.

Blind Guardian. Hansi Kürsch con i capelli corti sembra un inserviente vicino al pensionamento ma voce e tenuta di palco sono le solite di sempre: pressocché nulle. Ma questo lo sapevamo e non ce ne dispiace. Un concerto dei Blind Guardian è come il karaoke e Hansi è il Fiorello tedesco con la birra al posto della cocaina. La setlist proposta è notevole: si parte con “War Of Wrath” a cui segue “Time Stands Still”, tratte dal capolavoro induscusso “Nightfall In Middle-Earth”, che sarà omaggiato anche con “Blood Tears” e l’immancabile “Mirror Mirror”. Dal nuovo disco saltano invece fuori “Turn The Page” e “This Will Never End”. Classiche le altre scelte, con “Valhalla” e “The Bard’s Song” a spremere i polmoni del pubblico. Unica sorpresa “Sacred”, brano composto per il videogame “Sacred 2″, appena uscito. Il pezzo non è affatto male ma anche i più accaniti seguaci della band sono rimasti piuttosto freddi dinanzi a un pezzo così poco conosciuto.

Carcass. “Sono due i motivi che dimostrano che Dio non esiste: una è il fatto che ieri qua han suonato i Black Sabbath; l’altra è che i Motley Crue han suonato dopo i Black Sabbath”. Con questa battuta Jeff Walker riesce a strappare qualche sorriso ai pochi che l’han capita, e fa bene. Perché nella restante ora e un quarto di set, Jeff non farà altro che omaggiarci prendendoci a mazzate in faccia. Come potrebbe essere altrimenti, con uno show che inizia con “Corporal Jigsore Quandary”e prosegue con “Buried Dreams”? Autentici tritasassi sotto forma di metal band, i Carcass godono ora, per quanto grottesco ciò possa sembrare, di una salute davvero ottima. Il gruppo trae a piene mani da tutta la discografia, ma è “Heartwork” l’LP ad avere il maggior numero di brani eseguiti. C’è spazio anche per un breve show di Ken Owen, ex batterista del gruppo che, dicevano, mai più sarebbe riuscito a suonare una batteria. Un assolo tanto breve e facile quanto, però, toccante.

Dream Theater. Il pubblico del Gods 2009 è equamente diviso tra progster accorsi per i Dream Theater e adolescenti (o nostalgici) accorsi per gli Slipknot. Nessuna sorpresa quindi nel vedere il delirio scatenato da Portnoy e soci, nonostante le visite regolari che i Dream Theater omaggiano al nostro paese. Del resto è sempre un piacere – per i fan – assistere alla masturbazione dei 5 bellimbusti che neanche stavolta tradiscono le attese. Ottimi suoni, ottima scelta dei pezzi. Gli ultimi lavori sono tributati con “A Rite Of Passage” e “Costant Motion”, mentre da “Scenes From A Memory”, uno dei loro dischi più popolari, è estratta “Beyond This Life”. Andando avanti con la scaletta, si va indietro cronologicamente, e saltano fuori classiconi come “Caught In A Web”, “Pull Me Under”, “Voices” e l’acustica “Hollow Years”. Il pubblico canta, ammira e qualche volta arriva anche a pogare, fino alla conclusiva “Metropolis Pt.I”.

Slipknot. A 10 anni esatti dall’uscita di “Slipknot” (29 Giugno 1999), i 9 dell’Iowa sono ancora qui con le loro maschere, le loro tutine e i loro numeri da circo. Per fortuna. Il miglioramento maturato in questi 10 anni è evidente sotto tutti i punti di vista, dall’esecuzione alla presenza scenica, dalle tamarrate estetiche alla voce di Corey Taylor. Le evoluzioni e le cazzate messe in scena durante il concerto non sono una sorpresa, ma vederle dal vivo è molto più divertente – eccetto che per la pedana rotante di Joey Jordison, molto meno impressionante di quanto possa apparire in video. Per quanto riguarda la setlist, i ‘Knot hanno puntato sul sicuro. Partenza devastante con le perle dell’omonimo: “(sic)”, “Eyeless”, “Get This” e “Wait And Bleed” fanno urlare e saltare tutti. Con un certo stupore ho notato che il pogo è considerata una pratica desueta dai giovini d’oggi, e i Maggots mi hanno lasciato solo a pogare con me stesso. Poco male, “Left Behind”, “Before I Forget”, “People=Shit”, “Surfacing” e “Duality” cantata da tutto il pubblico non lasciano spazio a rimpianti. Il nuovo e mediocre disco “All Hope Is Gone” è presente solo con i 3 unici pezzi degni: “Psychosocial”, “Sulfur” e “Dead Memories”. Classica chiusura conlsolito giochetto del “tutti giù per terra” ad opera di “Spit It Out” e tutti a casa, con meno ossa rotte del previsto. Non c’è più il pogo di una volta.

Scroll To Top