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Gods of Metal 2016: dai Megadeth ai Rammstein, il report live

Come decretare la riuscita di un festival metal in Italia nell’età della crisi? Ma è semplice: la formula sperimentata è quella di uscire dai confini più ristretti del genere, collocando nomi come Korn – e più di ogni altro – Rammstein in cima al cartellone. Il pratone che fa da location, all’interno del parco della Villa di Monza, è pure una scelta azzeccata e c’è spazio per tutti, compresi quelli che dormicchiano e bivaccano. Il parcheggio per arrivare è sufficiente e l’atteso temporale non scoppia: chiedere di più non sarebbe lecito.

Le prime band in cartellone si esibiscono di fronte a un pit semivuoto (si riempirà davvero solo a sera fatta) e distratto. Non rimane quindi una grande impressione di Overtures, Planet Hard e Jeff Angell’s Staticland. L’esecuzione grintosa del power-trio The Shrine, dedito al rock ‘n’ roll più grintoso e incline allo stoner, bussa per primo all’attenzione dei presenti. Si apprezza inoltre l’equilibrio dell’impianto audio… perlomeno fino a che il volume non verrà alzato a dismisura.

Trascorsa l’ora di pranzo, è tempo degli Halestorm ovvero: come quest’oggi le nuove leve “asfaltano” quelle vecchie (almeno in parte). Gli statunitensi sono carichi a mille e Lizzy Hale si sgola fino allo sfinimento mentre snocciola i cavalli di battaglia della band, da “Apocalyptic” a “I Miss The Misery” che – sopresa?! – numerosi tra i presenti dimostrano di conoscere. A seguire, sul palco salgono i Gamma Ray e il paragone con gli Halestorm è subito ingrato. Frank Beck, il cantante chiamato a integrare la voce ormai al tramonto del frontman Kai Hansen, non sembra particolarmente versato per le note alte. I pochi brani in scaletta – si apre con “Heaven Can Wait” e si transita per “I Want Out” e “Rebellion in Dreamland” – volano più sulle ali della memoria che della musica. A ciò si aggiungono anche dei suoni impastati.

Più interessanti sono i Sixx:A.M., misconosciuti tra presenti al Gods Of Metal ma forti di quattro dischi in studio per la regia del veterano Nikky Sixx, già Motley Crue. Quello che viene fuori dagli amplificatori e un hard rock tirato, avaro di venature vintage o nostalgie varie. Due coriste aggiungono un livello di profondità a brani dai quali emerge un messaggio ribadito dal frontman James Michael: “La vita è bella!” (morale implicita: non buttatela via). Non c’è dubbio che, dopo questo concerto, la motivazione per scoprire i dischi dei Sixx:A.M. passi in primo piano.

Quando la sera si avvicina – e il cielo sembra scongiurare la pioggia – i Megadeth salgono sul palco vestiti in nero, da capo a piedi, e il volume viene alzato di netto. Per oltre un’ora una colata del metal più ortodosso della giornata viene riversata sul pubblico, offrendo spazio a tutte le età della vita della band, compreso il contrastato periodo centrale. Ecco quindi “Hangar 18” in apertura, ma più avanti “She-Wolf” e la nuova “Dystopia”, mentre la chiusura affidata alla terremotante “Holy Wars”. Come definire la prestazione di Dave Mustaine e compari? Professionale innanzitutto, senza sbavature: anche Kiko Loureiro recita la parte del perfetto comprimario. Il non più giovane frontman dimostra di essere ancora in grado di “dosare” la propria voce lungo l’intera durata di un concerto.

Se si parla però di prestazione esemplare, professionale, perfettamente aderente al copione visto in ogni concerto su YouTube (siparietti inclusi), si sta certo considerando l’esibizione dei Korn, sul palco poco dopo le 20. La setlist non è niente di meno di un best-of: “Blind”, “Somebody Someone”, “Freak On A Leash”, “Shoots And Ladders”… I suoni sono pressoché perfetti. Pur rimanendo in postazione, i musicisti si agitano quanto basta per coinvolgere totalmente gli appassionati della loro musica. A quanto pare, Jonathan Davis, Head, Munky e Fieldy sono sopravvissuti al successo generazionale e possono vivere di rendita per un periodo indefinito.

Gli headliner, finalmente gli headliner. Quasi tutti sono venuti in Brianza per loro: i Rammstein. La band tedesca trascende di gran lunga il concetto di musica – o di industrial metal – e nuota libera nell’interpretazione a tutto tondo. Assistere a un loro spettacolo può deliziare pur senza conoscere ogni passaggio dei brani. Till Lindemann sale sul palco con gli immancabili stivaloni e il corpo coperto di cenere. Sulle sue larghe spalle – ma anche sul corpo degli altri musicisti – nel corso del concerto verranno sistemate fontane di fuoco, lanciafiamme, esplosivi ed effetti pirotecnici vari. È proprio il fuoco il tema dominante di un concerto dei Rammstein, insieme a quell’immagine perversa che unisce marzialità, demenza, crudeltà e buffoneria, a cui ogni elemento del gruppo si presta con flessibilità. Quando mai a un concerto italiano si ha la possibilità di vedere tante fiamme ed effetti pirotecnici? I brani eseguiti, da “Reise Reise” a “Du Riechst So Gut”, passando per “Keine Lust” e la vecchia “Seeman”, guadagnano profondità grazie all’impatto visivo. Anche “Du Hast” trova spazio in scaletta, ma non c’è tempo per dilugarsi: dopo “Sonne”, infatti, i tecnici compaiono senza preavviso sul palco e iniziano a smontare tutto. Questo accade dopo un’ora e mezza scarsa di concerto.

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