Home > Rubriche > Eventi > Golden Globes 2015 — Un commento sui premi

Golden Globes 2015 — Un commento sui premi

La notte dei Golden Globes ha consegnato a Los Angeles i premi che da sempre vengono accolti come un vero e proprio antipasto agli Oscar. I Globi d’Oro vengono assegnati da una novantina di giornalisti iscritti alla Hollywood Foreign Press Association, e premiano le eccellenze artistiche anglosassoni sia per quanto riguarda il cinema che la tv (qui l’elenco completo dei vincitori e qui le foto dal red carpet).

La differenza principale con gli Oscar è rappresentata dalla divisione in drama e comedy/musical delle pellicole concorrenti alla categoria di miglior film, divisione che viene mantenuta anche per i premi agli attori e attrici protagonisti.

Ma iniziamo l’analisi dei risultati proprio a partire dai premi cinematografici, per poi lanciare un breve sguardo anche a quelli televisivi. Nella categoria del miglior film drammatico a trionfare è stato “Boyhood” di Richard Linklater, premiato anche come miglior regista: rispettate le attese ed i pronostici, la grandiosità e l’ambizione del progetto, con gli attori che invecchiano davvero sullo schermo, ha prevalso sull’effettiva riuscita artistica dell’operazione, a mio parere invero abbastanza deludente.

Alla coerenza stilistica e narrativa di un film girato nel corso di dodici anni, si contrappone l’assoluta mancanza di scene madri: un film che scorre senza strappi, come una normale vita di provincia (ed era questo l’obiettivo), ma siamo sicuri che qualcosa di così poco “bigger than life” meritasse di essere raccontato? Il premio più giusto rimane, per me, quello come miglior attrice non protagonista a Patricia Acquette, coraggiosa nel mostrare l’invecchiamento e il decadimento fisico, e personaggio che più rimane nella memoria dell’intera operazione, anche più del Mason Evans di Ellar Coltrane.

Nella categoria comedy/musical vince il “Grand Budapest Hotel” di Wes Anderson, che s’impone sull’unico rivale davvero credibile, “Birdman” di Alejandro González Iñárritu (film d’apertura dell’ultima Mostra di Venezia), che porta comunque a casa due premi, quello alla miglior sceneggiatura e quello a Michael Keaton, unico a commuoversi sul palco al momento della premiazione nel momento forse più toccante dell’intera serata. Due film indubbiamente riusciti, ma anche il sottoscritto avrebbe premiato il delizioso film di Anderson, una iper-summa del suo stile visivo e narrativo, con un cast all-star, una sovrabbondanza di segni e riferimenti in ogni singolo fotogramma e una sfrenata fantasia di messinscena che si fa ricordare più dei singoli personaggi. Giusto premiare l’opera per la sua collettività più che per i singoli contributi tecnici e artistici.

Le due migliori attrici: Julianne Moore si vede soffiare il premio della categoria comedy dalla Amy Adams di “Big Eyes” (doppietta per lei dopo “American Hustle” dello scorso anno) per il ruolo in “Maps to the Stars” di David Cronenberg già premiato a Cannes, ma si rifà con il premio “drammatico” per “Still Alice”, ruolo che, probabilmente, le aprirà anche le porte del primo Oscar di una carriera davvero strepitosa.

Il miglior attore drammatico è Eddie Redmayne per “La Teoria del Tutto” di James Marsh, biopic dell’astrofisico Stephen Hawking: noi glielo avevamo preannunciato (e augurato) nell’intervista che ci aveva rilasciato a Torino qualche mese fa. Battuto il Benedict Cumberbatch/Alan Turing di “The Imitation Game” e, soprattutto, i preferiti dal sottoscritto, i magnifici Steve Carell per “Foxcatcher” e Jack Gyllenhaal per “Lo sciacallo – Nightcrawler”. Diciamo le cose come stanno: Redmayne è bravissimo e la sua performance fisica è davvero impressionante, ma il film in cui si muove è davvero poca roba (e ha preso anche il premio per la colonna sonora, togliendolo al fantastico Trent Reznor di “L’amore bugiardo – Gone Girl” e allo strafavorito Hans Zimmer di “Interstellar”).

A chiudere il capitolo attori, meritatissimo il premio a J.K.Simmons per il ruolo del professore sadico in “Whiplash” di Damian Chazelle, film delizioso ancora senza distribuzione in Italia che speriamo questo premio contribuisca a far trovare.

A succedere a Paolo Sorrentino e a “La grande bellezza” come miglior film straniero è “Leviathan”, del russo Andrej Zvjagincev, già vincitore per la miglior sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes. La mia preferenza andava al magnifico polacco “Ida”, ma politicamente e produttivamente è comprensibile la spinta ad un film russo incentrato su un uomo comune che lotta contro i soprusi dell’oligarchia e del potere, in funzione antiputiniana sarà il film che trionferà anche agli Oscar, ci metterei la mano sul fuoco.

Per la tv la vera sfida era una e una sola, quella tra “True Detective” e “Fargo” per il trono (non di spade) di miniserie dell’anno. Il trionfo di “Fargo” e del suo protagonista Billy Bob Thornton, pur sottolineando la grandissima qualità dell’avversario e il carisma del Rust Cohle di Matthew McConaughey (grande deluso della serata), mi trovano assolutamente d’accordo. Il suo Lorne Malvo divide il ruolo del più grande “cattivo” della storia della tv recente con il Trinity di John Lithgow della quarta serie di “Dexter” (il più grande di sempre rimane il Bob di “Twin Peaks”, non si accettano contestazioni).

Dopo OTTO nominations andate a vuoto, da segnalare finalmente il premio a Kevin Spacey per il ruolo in “House of Cards”, che risarcisce anche minimamente David Fincher, il più ingiustamente ignorato della serata.

Un ultimo sguardo generale alla serata, uno spettacolo più agile e simpatico di quello della consorella Academy, con un’atmosfera decisamente più rilassata. Il politicamente corretto hollywoodiano premia TUTTE le produzioni ad argomento scomodo, con malattie e minoranze coinvolte: miglior canzone a John Legend per “Selma”, film sulla lotta per i diritti civili della comunità nera, miglior serie commedia a “Transparent”, sul tema transgender, premio anche a Matt Bomer per “The Normal Heart”, film tv sul contagio dell’AIDS durante gli anni Ottanta, assegnato ad un attore gay dichiarato presentatosi ai Globes con il marito al braccio. Tutto questo può piacere o non piacere, io mi limito a farvelo notare e non ci trovo davvero nulla di sbagliato, specie se i prodotti premiati sono anche artisticamente validi.

Che dire in chiusura? Che l’hype per gli Oscar comincia già a salire. Intanto attendiamo tra qualche giorno l’annuncio delle nominations .

Scroll To Top