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Golden Globes 2016 – Un commento ai premi

Quando in Italia era la notte tra domenica 10 e lunedì 11 gennaio, all’hotel Hilton di Beverly Hills sono stati assegnati i Golden Globes 2016, i premi dati dalla stampa straniera (la Hollywood Foreign Press Assciation) al meglio della stagione cinematografica e televisiva in lingua inglese. Un cerimonia tradizionalmente più informale e scanzonata di quella per gli Oscar, con la platea composta da allegre tavolate divise per delegazioni e la sensazione (probabilmente errata, ma tant’è) di trovarsi di fronte ad un gotha del mondo dello spettacolo fatto di amici, rapporti cordiali e rispetto reciproco. Unico momento di fastidio “visibile”, l’espressione sulla faccia di Michael Fassbender ed Eddie Redmayne all’annuncio della vittoria di Leonardo DiCaprio: non ce l’hanno proprio fatta a mascherare la delusione.

Qualche scheggia di show business da uno spettacolo piacevole, presentato da un Ricky Gervais mattatore assoluto, sempre accompagnato sul palco da un bicchiere di birra e caustico nei suoi interventi dissacratori: da recuperare il monologo iniziale dove ironizza intelligentemente sulla disparità di trattamento tra uomini e donne nei compensi e la presa per i fondelli di un Mel Gibson che pare incassare con sportività (ma non vorrei essere nei panni di Gervais quando si tratterà d’incontrarlo “off-records”, Mel è notoriamente vendicativo). La migliore coppia di presentatori? Sicuramente Channing Tatum e Jonah Hill, mascherato dall’orso “avversario” di DiCaprio in The Revenant. Fuori categoria Jim Carrey, sul palco a consegnare il premio per la miglior commedia: strepitosa la sua ironia sull’essere un “due volte vincitore di Golden Globe”. Il miglior vestito? Quello di Kirsten Dunst, nominata per la seconda stagione di Fargo, con un decolléte DA URLO che avrebbe meritato di sicuro un premio a parte.

Ma andiamo ad analizzare i premi nel dettaglio, focalizzando principalmente l’attenzione su quelli cinematografici, per poi dare un breve sguardo anche a quelli televisivi.

La maggiore differenza tra gli Oscar e i Globes, come probabilmente già saprete, è la divisione tra drammi e commedie nelle categorie per il miglior film e il miglior attore/attrice, che tende a salvaguardare più che altro le commedie e i musical dall’oblìo generalmente riservatogli in tutte le competizioni più importanti.

Beh, quest’anno la salvaguardia è riuscita a metà, e sulla questione si è ironizzato spesso durante tutta la serata: il titolo di miglior commedia dell’anno è andato a The Martian di Ridley Scott (che ha trionfato anche con il suo attore protagonista Matt Damon), che, pur avendo un tono brillante e più di un momento divertente, nessuno probabilmente farebbe rientrare all’interno del genere. Sconfitti eccellenti, La grande scommessa di Adam McKay (che aveva in pratica mezzo cast candidato) e Joy di David O. Russell, che si consola comunque con il premio a Jennifer Lawrence, alla sua terza vittoria e sempre per film del regista e sceneggiatore newyorkese, che ormai ha creato una vera e propria compagnia di giro che ritorna puntualmente in ogni sua opera (ne fanno parte anche Bradley Cooper e Robert De Niro). La Lawrence sconfigge le due grandi veterane per le quali il sottoscritto tifava spassionatamente, autrici di performances strepitose: Maggie Smith per The Lady in the Van e Lily Tomlin per Grandma.

In ambito “drama”, invece, abbastanza sorprendente il trionfo di The Revenant: scontata la vittoria del suo protagonista Leonardo Di Caprio che, come spesso accade, verrà risarcito in ogni dove quest’anno probabilmente per il film sbagliato, molto meno scontato il titolo di miglior film e il premio al regista Alejandro González Iñárritu, che si candida seriamente a doppiare, dopo Birdman, il trionfo dell’anno scorso anche agli Academy, una doppietta che lo proietterebbe direttamente nella storia, con pochissimi precedenti.

Davvero scandalosa, invece, la totale assenza dal palmarès dello splendido Carol di Todd Haynes. Le due magnifiche protagoniste Cate Blanchett e Rooney Mara vengono battute a sorpresa (parziale, più di una voce anticipava il risultato) dalla pur brava Brie Larson di Room, a mio parere una delle pellicole più sopravvalutate dell’anno.

Tutto scontato (e giusto) nelle categorie rimaste. La sceneggiatura di Aaron Sorkin per Steve Jobs è una prova di bravura che può spaventare ma che è difficile non apprezzare (eppure i detrattori non mancano di certo), un copione “invasivo” come pochi ma dalla struttura di ferro e pieno di momenti brillanti. Al film di Danny Boyle (qui però al servizio, più che altro, di Sorkin, ed è un bene che la vena pomposa e Kitsch del regista britannico venga tenuta a freno), va anche il premio per la migliore attrice non protagonista, una Kate Winslet praticamente senza avversarie.

Miglior film d’animazione è Inside Out, e anche qui non poteva essere altrimenti, stiano buoni i non pochi fan di Anomalisa di Charlie Kaufman, ma il paragone, semplicemente, non regge: il capolavoro della Pixar dovrebbe seguire la sorte del disneyano La bella e la bestia ed arrivare a concorrere per il premio massimo agli Oscar, vedremo se questo premio sarà un viatico, ma probabilmente non lo sarà.

La saga di James Bond prende l’ennesimo premio alla miglior canzone, anche se Writing’s on the Wall di Sam Smith per Spectre non vale certo la splendida Skyfall di Adele, tanto per rivangare il premio più recente; non c’erano, comunque, avversari di rilievo (ok, c’erano eccome, come si fa a non premiare Brian Wilson, ma ho deciso di darmi un contegno in questi commenti, e questa rimostranza sarà il mio unico strappo alla regola).

Miglior film straniero è Il figlio di Saul di Laszlo Nemes, altro premio su cui c’è davvero poco da dire. A noi è piaciuto tantissimo fin dalla prima visione allo scorso Festival di Cannes, e dovrete aspettare solo pochi giorni per toccare con mano anche voi, il film esce in Italia il 21 gennaio (come Steve Jobs). Qualche dubbio poteva esserci intorno a Mustang, un buon film e nulla più che, visto il momento e l’argomento (un film battente bandiera francese che parla di discriminazione femminile nelle aree interne della Turchia) sembrava politicamente perfetto per un premio: questa volta ha vinto l’arte pura, ed esultiamo festanti (anche se IL TEMA per eccellenza c’è eccome nel film di Nemes, i campi di concentramento nazisti, ma declinato in una forma cinematografica davvero mai vista).

Abbiamo lasciato per ultimi i due premi che ci hanno anche regalato i due momenti più emozionanti della serata. Iniziamo dalla standing ovation che tutti all’Hilton hanno tributato all’annuncio del premio come miglior attore non protagonista a Sylvester Stallone per Creed, dove torna a vestire per la settima volta i panni del suo ormai più che alter ego (nel commovente di scorso di ringraziamento lo definisce “il mio amico immaginario”) Rocky Balboa. Imbolsito, gonfio di botulino che gli deforma in maniera ormai irreversibile i lineamenti, ma visibilmente commosso per il tributo che tutto il mondo del cinema decide di regalargli, un emozionato Stallone ricorda di mancare da quella sala dal 1977, anno del primo Rocky. Un premio e un momento che vanno al di là del singolo film, che sorvolano sulla quantità di ciofeche action che Sly ha diretto e interpretato nel corso dei decenni, ma che servono a consegnare definitivamente alla storia una delle più vertiginose identificazioni tra attore e personaggio: il premiato, per essere ancora più chiari, è Rocky, non Sly.

Il premio alla miglior colonna sonora (ok, forse lo meritava Carter Burwell per Carol, ma qui si scrive la storia, non la cronaca) va al nostro Ennio Morricone per The Hateful Eight di Quentin Tarantino, seconda volta per il maestro dopo quello per “La leggenda del pianista sull’oceano” di Giuseppe Tornatore. Quentin Tarantino sale sul palco e tributa a Morricone un omaggio meraviglioso, paragonandolo ai più grandi compositori della storia non solo per il cinema e chiudendo l’intervento con un “grazie” che, per una volta possiamo dirlo senza vergogna e timori di essere travisati, ci fa sentire orgogliosi di essere italiani.

Voglio chiudere questo resoconto con un invito alla Holluwood Foreign Press, tanto di sicuro mi leggeranno, vero? Oltre alla divisione “drama/comedy”, perché non tripartire le categorie e creare quella per il miglior film di genere? Non è possibile che un capolavoro assoluto come Mad Max: Fury Road di George Miller rimanga totalmente a bocca asciutta, non è possibile che ad un film che reinventa il cinema d’azione e fa avanguardia pura all’interno del sistema delle majors non venga tributato almeno il premio per la miglior regia. Insieme a Carol, di cui abbiamo già detto, il grande escluso da questa premiazione.

E la Tv, vi chiederete voi? La spazio a disposizione è quasi terminato, quindi diamo soltanto qualche breve cenno (potete comunque leggere a parte l’elenco completo dei premi): giusti i premi a Mr.Robot e Mozart in the Jungle e ai rispettivi attori protagonisti (Christian Slater e Gael Garcia Bernal), meritatissimo il premio ad Oscar Isaac per la miniserie Show me a Hero, per la quale avevamo incontrato a Roma il regista Paul Haggis a Roma qualche mese fa.

Appuntamento all’anno prossimo per i Globes, ma non vi distraete e continuate a seguirci su LoudVision, la stagione dei premi è appena cominciata …

Foto: Yahoo News

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