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Golden Globes 2017, un commento sui premi

Si è svolta nel californiano Beverly Hilton Hotel, quando era la notte tra domenica e lunedì scorsi qui in Italia, la cerimonia di premiazione numero 74 dei Golden Globes, i premi assegnati dalla HFPA (Hollywood Foreign Press Association — qui tutti i vincitori) al meglio del cinema e della televisione in lingua inglese, tradizionale antipasto che precede di un mese abbondante l’assegnazione degli Academy Awards, gli Oscar, scelti invece dagli addetti ai lavori dell’industria cinematografica. Ed è una su tutte l’indicazione che arriva dai Globes: il musical La La Land di Damien Chazelle rischia di stracciare la concorrenza anche agli Oscar e, vista l’altissima qualità dell’opera, va bene così.

“La La Land” ha portato a casa ben sette Globi D’Oro (record assoluto): miglior film commedia/musical, regista, attore e attrice protagonista, sceneggiatura, colonna sonora e canzone originale. Esclusa forse la sceneggiatura (categoria dove avremmo preferito veder salire sul palco Taylor Sheridan per Hell or High Water) nulla da dire sul resto. Per il miglior film commedia/musical soltanto Sing Streetdi John Carney avrebbe potuto avvicinare l’opera seconda di Chazelle (“Whiplash”), pur rimanendo sotto di più di un gradino, mentre, tra le attrici, solo la sensazionale “Jackie” di Natalie Portman poteva giocarsela ad armi pari con Emma Stone (già insignita della coppa Volpi per il ruolo all’ultima Mostra di Venezia). Senza rivali Ryan Gosling, la regia virtuosa e “aerea” di Chazelle (autore anche della sceneggiatura e nuovo “enfant prodige” di Hollywood) e il lavoro in partitura di Justin Hurwitz, tra gli autori anche del brano “City of Stars”, che non smettiamo più di canticchiare da quando lo ascoltammo a fine agosto al Lido di Venezia.

Per una volta, quindi, i premiati per la categoria dei film drammatici potrebbero rimanere a guardare. Sono due i film che contenderanno la statuetta più ambita a “La La Land”: l’intenso e funereo Manchester by the Seadi Kenneth Lonergan (Casey Affleck miglior attore drammatico) e Moonlight di Barry Jenkins (miglior film drammatico), che riempie la casella del film “black” con una biografia tripartita composta da segmenti molto diseguali ma tesi a comporre un coerente quadro d’insieme, problematico ma indubbiamente efficace. Il film di Jenkins e “Fences” di Denzel Washington (Viola Davis miglior attrice non protagonista) hanno sopravanzato l’inizialmente lanciatissimo “Birth of a Nation” di Nate Parker come ultimi rappresentanti dell’era Obama che, specie durante il secondo mandato del Presidente originario delle Hawaii, ci ha portato una messe copiosa di riletture dell’epopea afroamericana dallo schiavismo fino alla battaglia per i diritti civili, che continua ancora oggi. Quale sarà la tendenza hollywoodiana dell’era Trump prossima ventura? Il ritorno all’action muscolare e testosteronico che in pieno edonismo reaganiano ci portò in dote una dei peggiori decenni del cinema mainstream statunitense? Abbiamo i birvidi al solo pensiero …

C’è però un altro film che esce alla grande da questi Golden Globes, è Elle di Paul Verhoeven, premiato come miglior film straniero e che consegna finalmente alla gigantesca Isabelle Huppert un premio importante oltreoceano, quello per la miglior attrice drammatica. Saremmo contenti se la Huppert facesse il bis agli Oscar, in questa sede avremmo preferito veder premiato lo strepitoso “Neruda” di Pablo Larraìn, davvero un cineasta non fortunato con premi e giurie (una sola nomination, non tramutata in Globo, anche per il suo “Jackie”).

Premio di consolazione per Animali notturnidi Tom Ford, con Aaron Taylor-Johnson premiato come non protagonista e una miriade di candidature andate a monte. A noi il film è piaciuto molto, ed è un giusto premio per un villain di rara efficacia, ma possiamo dire che il nostro cuore batteva per il vecchio sceriffo Jeff Bridges di “Hell or High Water”. Tra i film d’animazione trionfa, un po’ a sorpresa ma con pieno merito, il disneyano Zootropolis, prodotto da John Lasseter, il più “pixariano” tra i lungometraggi della casa del topo per contenuti adulti, ambientazioni con incredibili proporzioni di scala e collaudata struttura di genere. A confermare il fecondo stato di salute dell’animazione cotemporanea, possiamo affermare con convinzione che QUESTA cinquina conteneva di sicuro la qualità complessiva più alta, e di gran lunga.

Un veloce sguardo ai premi televisivi; le due serie dell’anno sono “The Crown” e “Atlanta”, almeno per stampa straniera negli Usa. Come si faccia ad ignorare completamente il capolavoro, per chi vi parla, “Westworld” rimane abbastanza incomprensibile. La miniserie dell’anno è ancora una volta, dopo gli Emmy, la pluripremiata “The People vs. O.J.Simpson: American Crime Story”. Per quanto riguardo il comparto attoriale, invece, en plein per “The Night Manager” di Susanne Bier da Le Carré (Globi per Tom Hiddleston, Olivia Colman, Hugh Laurie).

Un ultimo accenno allo spettacolo messo su di contorno all’evento: più agile degli Oscar, vista anche la grande quantità di premi da consegnare, in un’atmosfera informale da riunione tra amici che buca lo schermo e arriva fino al pubblico. Deludente il monologo d’apertura del conduttore Jimmy Fallon, un po’ inflazionato dal suo Late Show quotidiano e scelta forse non azzeccatissima, toccante momento di ricordo per la recente scomparsa, a poche ore di distanza l’una dall’altra, di Debbie Reynolds e Carrie Fisher, madre e figlia, ed esilarante performance del duo Steve Carell-Kirsten Wiig nella presentazione del miglior film d’animazione. L’ovazione più grande, però, è ancora una volta per lei, sua maestà Meryl Streep, Globo alla carriera, che accetta il premio con un discorso di ringraziamento toccante dagli accenti politici non banali e senza che nessuno si azzardi a limitarla nel minutaggio, senza nemmeno una stonatura, al contrario della sua Florence Foster Jenkins.

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