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Gomorra – La Serie, intervista a Marco Palvetti

Cattivo tra i cattivi, personaggio del quale si percepisce sempre la minacciosa presenza, anche quando non è in scena: questo è Salvatore Conte, il boss avversario della famiglia Savastano in “Gomorra – La serie”, grandissimo successo televisivo della stagione appena trascorsa.

E non potrebbe essere più diverso dal personaggio che interpreta, Marco Palvetti, il giovanissimo attore che dà voce e fattezze fisiche allo spietato “scissionista” trasferitosi in Spagna per motivi di sicurezza (e di business). Un ragazzo umile, ciarliero, ma dalle idee chiarissime, estremamente disponibile a rispondere alle mie domande.

Da napoletano, quando sei stato scelto per il ruolo, hai pensato per un attimo alle polemiche che la serie poteva generare? Pensiamo alla scritta ormai famosa “SCAMPIAmoci da Saviano”, ad esempio. I tuoi conterranei sanno essere estremamente passionali, sia in positivo che in negativo.
Prima di avere la piena coscienza di quello che era il progetto, magari un po’. Ma soltanto PRIMA, sia chiaro. Ora, col senno di poi, non ho alcun timore ed anzi sono estremamente orgoglioso di aver partecipato ad un progetto che ha cambiato e spero cambierà sempre di più in futuro la televisione italiana. Tutti i miei timori, che prima c’erano, è inutile negarlo, si sono fugati come nebbia al sole con l’avanzare delle riprese.

Per lasciarci alle spalle tutto quanto concerne le polemiche intorno alla serie, togliamoci subito anche l’altro dente legato alla stretta attualità. Su molti quotidiani, il “Fatto Quotidiano” in testa, sono uscite delle intercettazioni che proverebbero il pagamento di una sorta di “pizzo” da parte della produzione per l’uso degli interni di una villa. Cosa pensi di questo?
Non posso darti una risposta, perché davvero non saprei cosa rispondere. Sbaglierei a dare una mia valutazione arbitraria senza conoscere nemmeno in minima parte i fatti.

La forza di “Gomorra – Le Serie” risiede nella scrittura, nei personaggi. Tutti, anche il più truce, hanno un’anima e una personalità ben approfondite. Come ti sei confrontato con l’umanità, con il mondo interiore di Salvatore Conte prima d’interpretarlo?
Ho composto la sua umanità pian piano, mentre facevo questo viaggio insieme a lui, immerso come lui, come voi spettatori, nella curiosità per quello che stava accadendo, per lo sviluppo delle varie vicende. Anche le sue perversioni io le ho sempre considerate come una sorta di lato oscuro del suo animo umano, e sottolineo umano. Un personaggio funziona quando un attore riesce a replicarne la complessità, a dare il bianco e il nero a chi guarda. È un po’ come per noi attori: nel nostro lavoro c’è una parte legata alla tecnica, allo studio e una parte, forse ancora più importante, legata all’istinto, all’emotività. Coscienza e incoscienza: le metti insieme e stai là sul filo tentando di non cadere, se ce la fai il lavoro è riuscito. Non ci si riesce sempre, ma bisogna provarci, altrimenti niente di quello che facciamo avrebbe senso.

In Italia c’è un po’ la tendenza a dare delle etichette, a incapsulare a vita un attore nel personaggio di successo che lo ha portato alla fama. Hai un po’ il timore che succeda anche a te?
No, non ce l’ho, perché non me ne frega niente. Io amo il mio lavoro, non mi preoccupano le dinamiche future, anche perché i mezzi comunicativi sono tanti e io non faccio distinzioni. A me piace essere un attore, cinema, teatro, tv, quel che volete, non cambia nulla. Datemi personaggi da interpretare, sfide da affrontare, ed io sarò sempre felice. Anche se dovessero offrirmi altri quindici criminali, sarebbero comunque persone diverse, un modo per vivere tante vite diverse dalla mia. Sono esaltato da questo mestiere: fatemi fare la radio, il doppiaggio, fatemi esplorare tutto, non ho davvero alcun tipo di preclusione legata al mezzo. Sembrerà banale dirlo, ma l’unico discrimine è la mancanza di qualità. Il successo senza qualità dura lo spazio di un battito di ciglia, e non contribuisce alla formazione dei ragazzi giovani. Che hanno bisogno di roba buona, vale per il cibo e per l’audiovisivo allo stesso modo. La televisione italiana è mediamente brutta? Bene, riprendiamocela, ma facendola.

A proposito di televisione “brutta”, mi dai un perfetto aggancio per la prossima domanda. Il direttore della Rai Gubitosi, in una recente dichiarazione, ha contrapposto i prodotti realizzati dalla sua azienda, a suo dire positivi e con personaggi “buoni” dai quali prendere esempio, a “Gomorra” o “Romanzo criminale”, popolati di “cattivi” diseducativi. Cosa pensi di questa incredibile dichiarazione, semplicistica e superficiale, da parte di un dirigente dal ruolo così importante?
Ma cosa vuoi che ne pensi? Ci si perde in queste valutazioni, che all’apparenza credono di parlare di “massimi sistemi” e invece sviliscono tremendamente il dibattito. Noi facciamo solo “cattivi”? Ok, ma li facciamo vedere almeno, perché nella realtà purtroppo esistono, e bisogna farci i conti in qualche modo. L’aspetto positivo è che io te li mostro, questi personaggi negativi. Perché dire che va sempre tutto bene quando non è così?

Sono d’accordo con te. La fiction Rai è stata dispregiativamente appellata come fiction “dei telefoni bianchi”, a ricordare il cinema borghese completamente fuori dalla realtà del periodo fascista.
Simpatico, come appellativo, ci può stare.

Ti sei chiesto cosa avevi più degli altri attori che hanno concorso con te per la parte? Perché tu eri più adatto per interpretare Conte rispetto a loro?
Non so il perché rispetto agli altri, so forse il perché in maniera assoluta: perché ne avevo più voglia di tutti.

Puoi raccontarci la genesi del progetto? Quanti provini hai fatto? Come si sono svolti?
Ho fatto quattro provini. Nel primo mi sono ripreso da solo con una macchinetta fotografica, e ho inviato il filmato alla produzione, al casting. Mi hanno poi chiamato per tre successivi provini, e ogni volta era avvenuta una scrematura, ogni volta eravamo sempre di meno. Poi la scelta è ricaduta su di me, e quello è stato uno dei giorni più felici della mia vita.

Nonostante la tua giovane età hai interpretato un capo, un boss, un personaggio pieno di carisma. Hai mai avuto dubbi, perplessità sul fatto che la “grandeur” del personaggio avrebbe potuto sovrastarti?
Quando ho letto la sceneggiatura mi sono innamorato di questo personaggio, perché mi dava la possibilità d’esprimere un sacco di roba. I suoi contrasti mi hanno conquistato: la sua religiosità estrema nonostante il suo modo di vivere e le sue azioni, una cosa molto presente in contesti camorristici e malavitosi. Ma è comunque un contrasto interessante, no? La religiosità è umanità in qualche modo, contrapposta alla violenza animalesca . Rivedendolo poi da spettatore, io l’ho odiato, profondamente, ho pensato che non vorrei MAI vivere per davvero la sua vita. Io gli ho dato un pezzo della mia vita, abbiamo compiuto un percorso insieme, ma finisce qua.

Ho lasciato quasi intatti i flussi di coscienza usciti dalla bocca e dal cervello di questo ragazzo, che a volte andavano fuori tema ma, secondo me, riportano in maniera fedele la vitalità e la passione di un attore che ha appena incominciato il suo percorso, e lo ha cominciato alla grande. Seguiremo il prosieguo della sua carriera con grande interesse.

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