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Goo Goo Dolls: C’erano una volta le bamboline

Il tour promozionale dei Goo Goo Dolls fa tappa a Milano, nel mezzo della selva dei nuovi grattacieli, precisamente negli uffici della Warner. Ecco quindi al tavolo un John Rzeznik disponibile, rilassato e con tante cose da raccontare. C’è il nuovo disco “Magnetic”, c’è una spolverata di ottimismo sul filtro col quale l’artista guarda il mondo e pure la capacità di sopravvivere al lontanissimo tormentone “Iris”, peraltro innominabile. La giornata è piena, le interviste tante, pronti, partenza… via.

Ciao John. Possibile che delle radici punk rock dei Goo Goo Dolls non sia rimasto proprio nulla?
Il punk rock è musica per giovani adolescenti ribelli. È anche diventato nostalgico, non penso che la definizione calzi più quando viene suonato negli stadi, a quel punto è pop. Quando penso ai miei gruppi preferiti, mi vengono in mente per esempio i Clash, che hanno definito il genere. Hanno creato i loro stile e le loro regole, poi le hanno infrante, sono rimasti insieme una manciata di anni. Tra “Clash City Rockers” e “Straight To Hell”, in “Combat Rock”, quella band è passata da suonare pezzi da tre accordi alle sperimentazioni dub, funk e reggae. Un discorso simile si potrebbe fare anche per i Beatles. I Goo Goo Dolls hanno attraversato vent’anni, non sarei sincero se suonassi ancora quella musica, perché non riflette quello che sono.

Di che parla “Magnetic”?
L’album è incentrato su avere speranza e sulle seconde possibilità, comprendere se stessi e trovare un po’ di felicità. Spero che “Magnetic” piaccia alla gente, che ascoltino i testi.

C’è un legame tra il titolo e la copertina?
Il titolo è venuto prima della copertina. Vorrei avere una spiegazione migliore, che il titolo incapsuli il significato della canzoni o cose così, ma la verità è che il mio manager è venuto da me e mi ha detto di pensarlo composto da una sola parola. “Magnetic” è quella che mi è saltata in mente. Abbiamo consegnato questo titolo alla sezione che si occupa degli artwork e loro ci hanno consegnato questo bel disegno di una ragazza molto attraente con l’elmetto.

Anche stavolta i brani porteranno quasi tutti la tua firma.
Sì, mi occupo della maggior parte del songwriting per la band e per quest’album ho collaborato con alcuni amici esterni. L’ho fatto perché volevo una prospettiva diversa su ciò che facevamo, volevo imparare dalla gente, confrontarmi con persone al mio livello o superiori.

La stesura di “Magnetic” è stata per voi innovativa. Vuoi spiegarlo meglio?
Non penso mai che tornerò indietro dal modo in cui ho scritto questo disco. Prima stavo seduto nella mia stanza, da solo, per un anno a scrivere e scrivere. È noioso, porta alla solitudine e a ripetersi. Collaborare con altre persone consuma tutto quello che faccio. Ci sono cose aggiunte alle canzoni che mai mi sarei immaginato di fare, solo perché non penso in quel modo. È interessante stare con persone che rispetti e dirsi: «perché non facciamo una certa cosa?», poi ascoltarla e magari fa schifo, ma altre volte sono cose che non avrei mai fatto in vita mai. Questo mi ha ispirato tantissimo e mi ha fatto pensare che dovevo lavorare più duramente.

Infatti vi siete spostati tra Londra, New York e Los Angeles.
Volevo lavorare con produttori diversi perché trovo difficile sedermi nella stessa stanza con lo stesso tizio di fronte per mesi. Mi fa uscire di matto e tutti cominciano a brontolare. Il procedimento è quello di formare una canzone alla volta, per intero, portando in studio la band per suonarla come un’unità. Poi metterla via e passare all’idea successiva. Molto meglio che avere pezzetti di quindici o venti idee e andare in studio come se fosse una catena di montaggio: prima si registra tutta la batteria, poi tutto il basso, quindi tutta la chitarra, infine si leggono i testi. È tutto confuso, per me non poteva più funzionare così. Mi piace anche l’idea di lavorare con persone differenti, perché hanno prospettive diverse su come stanno andando le cose. Greg Wells è un produttore con una scuola di pensiero del tutto diversa da Rob Cavallo. Il mix è stato però affidato a una sola persona, è stata la colla che ha messo insieme le diverse idee di quelle persone.
[PAGEBREAK] C’è dell’energia positiva nelle canzoni del disco. È esatto?
Dal punto di vista emotivo, “Magnetic” è enormemente lontano da “Something For The Rest Of Us”. Il nuovo disco proviene da un contesto molto più positivo, mi sono divertito mentre lo facevo. Ero proprio in un brutto periodo quando ho scritto “Something”, era un tempo sconfortante per l’America. Il Paese era coinvolto in due guerre, l’economia declinava, il sistema era assolutamente criminale e disonesto con la gente. Sapevo di gente che era in guerra, altri che perdevano la casa o il lavoro ed ero toccato profondamente. Io sono stato così fortunato e vedere la gente che andava incontro a quelle difficoltà è stato difficile. La storia che avevo scritto era quindi pesante e oscura, mi sono depresso e ho cominciato a bere. A cosa andava emotivamente incontro quella gente? Uno torna a casa e dice a moglie e figli: «Non abbiamo niente, abbiamo perso tutto». Ora l’America va un po’ meglio, penso.

Pensi che la musica serva a parlare delle cose reali?
Ora quello che succede passa per i blog e i social. La musica crea un’istantanea nel tempo, va con l’immagine. Può certamente tirare su le persone, è quello che fa la musica veramente buona. È quando la gente non ha speranza che succedono le cose peggiori. Un po’ quello che fanno le religioni per le persone che ci credono: dare speranza. Io non credo, ma lo capisco. Se molta gente ha paura, qualcosa rischia di esplodere.

Hai pensato a intraprendere una carriera solista?
Non so che carriera solista potrei avere adesso, che c’è la band. Faccio comunque le mie date in solitaria, in piccoli spettacoli e club. Mi piace, perché mi riporta in contatto con quella che era la mia intenzione originaria per le canzoni: io, la chitarra e basta. Mi riconnette con l’audience.

Quali sono le collaborazioni dei tuoi sogni?
Mi piacerebbe sedermi in una stanza a scrivere canzoni con artisti più anziani che mi hanno influenzato. Penso a Tom Petty, Neil Young, Bruce Springsteen e Paul Westerberg. Con lui in realtà ho scritto qualcosa ed è stato incredibile.

Sei soddisfatto del punto della carriera a cui sei arrivato?
Non penso che sia buono sentirsi completamente soddisfatti della propria carriera. Penso ci siano cose alle quali ancora aspiro, ma se non riuscissi a raggiungerle non mi sentirei a pezzi. Capita di sedermi e pensare cosa davvero vorrei fare con la musica, ho le mie piccole fantasie personali su quello che vorrei. In generale non vedo come potrei dirmi insoddisfatto: siamo stati capaci di vivere con la musica in giro per il mondo e gli ultimi diciassette anni sono stati lunghi e fortunati.

In “Magnetic” fa la sua comparsa l’elettronica. Come ci siete arrivati?
Abbiamo cercato di concentrarci sulla scrittura delle canzoni. In quanto a produzione, andava bene tutto. Ci sono sì delle cose strane nel disco, per esempio ho inserito la chitarra su un sample di basso e andava bene. C’è poi la parte elettronica che mi emozionava molto perché può avvicinare le canzoni ai ragazzi di vent’anni e ci sono prospettive musicali e creative così diverse da quelle che sono le mie. Riascoltando ciò che pensavano di avere prodotto bene, qualche volta andava bene e altre faceva schifo. È stato per certi versi emozionante cogliere questa occasione e so che verremo criticati per questo. Ma non posso controllare quello che pensa la gente.

La formazione della band è sempre stabile. Come fate?
Abbiamo imparato a parlare l’uno con l’altro e, soprattutto, a ignorarci quando occorre. Nella band ognuno è al meglio nel ruolo che occupa e ci piacciamo sinceramente. In così da tanto tempo abbiamo avuto le nostre discussioni accalorate su cose personali e sul nostro rapporto, ma se non mi rendesse felice mi fermerei. Ci rispettiamo veramente. Io e Mike non abitiamo lontani e qualche volta ci vediamo, mentre Robby è tornato a Buffalo. Io vivo tra Los Angeles e New York.

Descrivi il nuovo disco in tre parole.
Divertente, profondo e reale.

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