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Il Concorso ufficiale della 71esima edizione della Mostra di Venezia si chiude con “Good Kill”, del regista e sceneggiatore (qui anche produttore) Andrew Niccol.

Ricorderete la fantascienza filosofica di “Gattaca” e “In Time”, ma soprattutto ricorderete il suo copione più famoso, “The Truman Show”, poi affidato per la regia a Peter Weir. Il cinema di Niccol soffre da sempre di un grosso problema, anche nelle sue emanazioni più riuscite: una folgorante idea che non riesce a tenere la durata, sgonfiandosi irrimediabilmente nella seconda parte. Succede anche questa volta.

Un padre di famiglia (Ethan Hawke) fa di mestiere il pilota di droni. Opera da Las Vegas e, quando comincia a riflettere sul senso delle proprie azioni e della guerra contro i talebani che combatte a distanza, entra in crisi e mette in discussione la propria esistenza.

Ho voluto copiare pari pari dal pressbook la sinossi, perché è esemplificativa di quanto anche la produzione fosse cosciente dell’estrema semplicità dell’assunto. Le idee interessanti sono tutte scenografiche e di ambientazione. Un pugno di ex piloti di caccia militari si ritrova rinchiuso in dei box di metallo con aria condizionata con un joystick tra le mani, pilotando velivoli portatori di morte e distruzione da centinaia di km di distanza e portando la divisa da aviatori per sentirsi ancora parte attiva dell’esercito.

Vivono a Las Vegas, città che replica in piccolo tanti luoghi diversi del mondo (idea geniale) ed è stato creato appositamente per loro un quartierino di casette borghesi in pieno deserto, che sembra il paesino dell’ “Edward” di Tim Burton portato alle estreme conseguenze.

C’interessano pochissimo, però, i dilemmi morali di Ethan Hawke che sente di dover tornare sul campo di battaglia, che non accetta più di ammazzare a distanza. L’ultima mezz’ora è completamente da buttare, la colonna sonora è quanto di più tamarro si sia ascoltato al cinema ultimamente. Un’occasione sprecata, peccato.

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Contro

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