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Virata pop-patinata

Il trio di Washington capitanato dall’esuberante Beth Ditto torna con il quinto album, “A Joyful Noise”, anticipato da dichiarazioni piuttosto eloquenti: “è un affare più adulto e triste rispetto ai nostri standard”, afferma Beth.

Ed effettivamente l’elevato standard qualitativo e l’esplosiva miscela rock, soul, funk, disco, punk e dance che aveva colpito tutti, sembra un ricordo un po’ lontano, appannaggio di un lavoro che – più che triste – appare ahinoi piatto e ordinario.

Fortunatamente l’estrosità e la verve infuocata della Ditto, in alcuni casi, riemergono e danno respiro, come nella ruggente “I Won’t Play” o nella darkeggiante “Get A Job”, ma nel complesso il tutto appare alquanto sottotono.

Undici pezzi complessivamente orecchiabili e gradevoli, nulla di più. Se non fosse che alla voce c’è quel portento di Beth Ditto non varrebbe neanche la pena di ascoltarli. Le frequentazioni glam londinesi devono aver fatto male alla band che appare sempre più omologata a una certa tendenza apparentemente alternativa, ma che tende sostanzialmente all’imborghesimento.

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