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Gotico messicano: Crimson Peak e il dialogo con i modelli

Si può amare o meno l’estetica e l’immaginario di Guillermo del Toro, ma non si può dire che non sia uno degli autori più completi e preparati della sua generazione. Regista, sceneggiatore e scrittore, ha alle spalle studi sugli effetti speciali e il make up. Forse è per questo che nei suoi film l’elemento visuale ha sempre avuto un grande peso.

Un cinema, quello del regista messicano, che ha sempre guardato al passato, riuscendo a non rimanerne imprigionato: pochi come lui hanno saputo celebrare i propri modelli di riferimento e, allo stesso tempo, a creare film profondamente personali, rendendoli a loro volta iconici, come ha fatto con “Cronos”, “La spina del Diavolo”, “Il labirinto del Fauno” o “Pacific Rim”. Per questo motivo, la sua incursione nel cinema gotico non poteva certo lasciare indifferenti gli amati del genere, con quelle prime immagini che gridavano «Hammer» e «Mario Bava» ad ogni inquadratura.

Crimson Peak” (qui la nostra recensione) è, effettivamente, una vera e propria di lettera d’amore al cinema gotico. Un omaggio così sentito e così fedele che però non riesce a trovare una sua propria personalità e coerenza interna. I riferimenti sono tutti ben riconoscibili, quasi come se ci si trovasse di fronte a un catalogo. Portati di peso in una storia al limite del pretestuoso, non riescono a riprendere forma in qualcosa di nuovo e personale, ma rimangono lì, come a mostrarci quale sia il cinema che del Toro ama.

La tradizione dell’horror gotico della Hammer, casa di produzione cinematografica britannica che ha costruito la sua fortuna sui mostri classici tra gli anni ’50 e ’70, è citata costantemente, a cominciare dal nome della protagonista, Edith Cushing (Mia Wasikowska), riferimento molto poco velato ad uno degli attori simbolo del filone, Peter Cushing, che ha interpretato vari ruoli per la Hammer, tra i quali quello di Van Helsing, la controparte del Dracula di Christopher Lee.

L’aspetto che colpisce di più in “Crimson Peak”, però, è la stupefacente fotografia, con suggestioni che arrivano direttamente dal ciclo su Edgar Allan Poe di Roger Corman e, soprattutto, con la sua puntuale ricostruzione della palette cromatica dei film di Mario Bava: i gialli, i rossi, i blu e i verdi sono posizionati in modo millimetrico all’interno dell’inquadratura. Il grande classico di Bava “Operazione Paura” (1966), racconto dell’indagine di un giovane medico sulla morte di una bambina, il cui spettro induce chiunque lo veda al suicidio, con il suo intreccio tra storia di fantasmi e il giallo, è stato sicuramente uno dei modelli fondamentali del film di Guillermo del Toro.

Operazione Paura (1966)

Operazione Paura (1966)

È proprio questa sua natura di melodramma e thriller psicologico mascherato da ghost story a ricollegarlo ad altre pellicole, oltre a quella di Bava, che hanno scritto la storia del genere: basti pensare all’eccellente e tesissimo The Innocents” (1961) di Jack Clayton, ispirato a “Giro di Vite” di Henry James, in cui la giovane Miss Giddens (un’incredibile Deborah Kerr), incaricata di accudire da sola il figli di un ricco uomo d’affari in una grande casa isolata, si convince che i piccoli siano posseduti dagli spiriti di due giovani amanti, o all’inquietante The Changeling” (1980) di Jack Clayton, storia di un musicista (George C. Scott) che, dopo la morte della moglie e della figlia, si trasferisce in una casa infestata dal fantasma di un bambino morto settant’anni prima. Quest’ultimo, peraltro, è citato direttamente dalla presenza di alcuni particolari, come la palla rossa (in un certo senso, a sua volta, citazione del film di Bava) con cui gioca il cagnolino che Edith trova al suo arrivo ad Allerdale Hall o la sedia a rotelle che la ragazza nota in soffitta.

The Changeling (1980)

The Changeling (1980)

In questi film, l’elemento soprannaturale non costituisce il fulcro della vicenda, ma è in qualche modo uno snodo cruciale sui cui poggiano narrazione e atmosfera. La tensione è costruita sull’equilibrio tra quello che viene mostrato per generare paura e quello che viene celato per non rompere l’illusione. 

Le presenze, in “Crimson Peak”, sono invece rivelate immediatamente e mostrate fin troppo chiaramente. Mettere un candelabro tra le mani della propria protagonista non basta per creare la tensione: lo sapeva bene Jack Clayton, mentre costruiva una delle scene più terrorizzanti di sempre (che potete vedere sotto), avvalendosi solo del forte contrasto tra luci e ombre e delle suggestioni sonore, in uno dei classici indiscussi del cinema gotico, “The Innocents”.

Non tutte le suggestioni presenti in “Crimson Peak”, però, vengono dalla tradizione gotica e dalle storie di fantasmi: l’intero film presenta elementi inaspettatamente gore, che rappresentano, in un certo senso, uno degli spunti più particolari e ispirati. Del Toro riesce così a far coesistere le due anime, quella elegante e d’altri tempi del classico romanzo di Mary Shelley o Charlotte Brontë e quella più spiccatamente violenta del cinema splatter, che non teme di impressionare il pubblico.

Nella sequenza in cui lo scheletrico spettro cremisi emerge del pavimento, peraltro, è difficile non ritrovare il riferimento, del tutto inatteso, ad una pellicola del tutto estranea al genere, come “Hellraiser” (1987) di Clive Barker, in particolare alla scena in cui la carcassa ricoperta di sangue di Frank emerge dal pavimento (che potete vedere qui).

Hellraiser (1987)

Hellraiser (1987)

Se del Toro riesce in qualche modo a mixare perfettamente i due toni, ha indubbiamente qualche problema con una sceneggiatura fin troppo debole, in cui la vicenda e l’elemento soprannaturale non riescono a trovare la giusta coesione. Gli stessi fantasmi risultano come accessori, inseriti in quanto elementi tipici del gotico e non funzionali ad una vicenda in cui, sebbene non siano il fulcro, dovrebbero perlomeno contribuire a creare la giusta atmosfera.

Il regista messicano sceglie, purtroppo, la via di una CGI ingombrante, per dare ai fantasmi un aspetto scheletrico ma allo stesso tempo fluttuante e liquido, come se fossero fatti della stessa argilla rossa che cola come sangue dalle pareti di Allerdale Hall. Per dare forma ai suo spettri scarlatti, oltre che dal già citato “Hellraiser”, prende a piene mani dall’estetica di 13 Ghosts” (1960) di William Castle, film in bianco e nero famoso per essere stato girato in Illusion-O, con l’applicazione di un filtro blu alle scene che coinvolgevano i fantasmi, a cui veniva sovrapposto il filtro rosso delle figure spettrali (riferimento esplicito in alcuni poster di “Crimson Peak”), maggiormente visibili con il visore introdotto dallo stesso Castle all’inizio del film. L’idea di del Toro, molto buona sulla carta, fallisce nella pratica, perché il digitale non è lo strumento più adatto a simulare gli effetti prostetici e analogici a cui il regista cerca di alludere. Quando, poi, la macchina da presa indugia sui volti grotteschi e caricaturali delle presenze, la già scarsa tensione crolla e il meccanismo si rompe definitivamente.

13 Ghosts (1960)

Anche la costruzione di personaggi presenta qualche problema, molto più evidente se confrontato con gli illustri modelli di riferimento: alcune caratteristiche del personaggio di Edith, che da donna progressista si trasforma velocemente nella giovane e inesperta moglie che desidera essere amata, ricalcano in parte quelle della giovane Signora de Winter (Joan Fontaine) di Rebecca” (1940) di Alfred Hitchcock. Il gioco psicologico tra Edith, Thomas Sharpe (Tom Hiddleston) e la sorella Lucille (Jessica Chastain), però, non è altrettanto sottile e l’atmosfera dell’Allerdale Hall di del Toro, per quanti segreti possano essere nascosti nella rossa argilla che sta inghiottendo la casa, non è opprimente quanto quello della sontuosa Manderley di hitchcockiana memoria o terrorizzante come quella creata dai sibili, gli scricchiolii e le correnti di aria gelida di Hill House de Gli invasati” (1963) di Robert Wise, il principale modello per la dimora degli Sharpe.

Gli invasati (1963)

Gli invasati (1963)

C’è tanto nel film di Del Toro, troppo, quasi come se avesse voluto riunire tutto l’horror che ha amato in un’unico, sfarzoso, contenitore: dagli accenni al classico del 1944 La casa sulla scogliera” di Lewis Allen, passando per i riferimenti, soprattutto nella scena del pozzo di argilla in cantina, aLa casa dei fantasmi” (1959) di William Castle e, in particolare, alla sequenza dello scheletro che emerge da una vasca piena di acido (nota perché, durante le proiezioni del film, era accompagnata dall’utilizzo di Emergo, uno scheletro di plastica che volteggiava sugli spettatori). 

La casa dei fantasmi (1959)

La casa dei fantasmi (1959)

“Crimson Peak” sembra così un grande calderone di suggestioni cinematografiche e culturali che, sebbene presenti qualche elemento interessante (l’integrazione tra classico e gore funziona in modo del tutto inaspettato), mostra tutti i suoi limiti nella sceneggiatura, con la sua storia debole, convenzionale e frammentaria. L’omaggio cannibalizza la storia e quello che rimane è un film di due ore senza guizzi, che intrattiene ma nulla più. Da questo punto di vista, il nuovo film di Guillermo del Toro sembra davvero una terribile occasione persa, ma rimane certamente un’ottima opportunità per recuperare – o rivedere – i classici che vengono qui celebrati, magari proprio in occasione di Halloween.

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