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  • Grails: Red Light

    Grails

    Data di uscita: 23-11-2004

    Loudvision:
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Capolavoro di tecnica empatica

Il primo gruppo che mi ispira la definizione di laboratorio emozionale psico-musicogeno. Quel giusto mix tra canovaccio di idee molto buone e di improvvisazione, che fa di un gruppo di musicisti un gruppo di artisti, inseguitori di un’emozione momentanea, autentica, da cristallizzare. Termini di paragone molto alla larga possono diventare: Mogwai per l’intensità, poi la psichedelica lucidità brillante e melodica dei Pink Floyd a tratti, ma il prodotto resta estremamente originale. Ma è la transizione da movimenti dilatati e scanditi in lunghi tempi, dove ogni nota muore tra brevi silenzi, a momenti di pulsante e dinamico pathos, inaspettatamente sincopato, la loro peculiarità. I Grails credono nell’espressività della musica strumentale, e ne fanno una buona ragione per creare un disco che parla con le note nella lingua di pianoforti, chitarre, violini, percussioni, bassi, dulcimer, e un sassofono. La musica da sola è il mezzo espressivo supremo, e soprattutto imprevedibile.
Un incerto ma rassicurante incipit della melodia tradizionale “Dargai” muove i suoi passi con un solido refrain schiarito dal pianoforte; il lavoro chitarristico sa di psichedelia anni ’70, si fonda sulla produzione di suoni stentorei che abbracciandosi creano un’armonia mano a mano sempre più definita. Intimamente affascinante, il brano conduce a “The Volounteer”, i cui arpeggi iniziali sono carichi di malinconia. Prezioso l’apporto del sassofono, che slancia il suo suono gradevole e caldo su un refrain sincopato ed estremamente profondo, con linee di basso potenti scandite dai colpi delle percussioni. Il pezzo si trasforma in musica d’attesa, un ritmo pulsante e calmo, volto ad un crescendo lento su cui incidono i brevi fraseggi musicali degli altri strumenti.[PAGEBREAK]“Worksong” propone su un tempo marziale un gioco di pizzicati di violino che si evolvono in una struttura melodica minimale. Il gioiello “High & Low” poi, è una sinergia ben orchestrata delle capacità dei Grails: l’intensità è palpabile quanto il respiro e l’anima dei musicisti. Il calore sprigionato dal pianoforte sul misterioso dialogo di arpeggi degli strumenti a corde, gioca a rilassare l’ascoltatore nel primo movimento: poi cambia registro, richiama a sé intensità, con il ritmo cadenzato di una danza melodrammatica in crescendo, guidata dal riservato lavoro di valore degli archi. Fluido come non mai è il passaggio al solo pianoforte a coda che effonde sentimento da ogni nota, con un delicatissimo e lento finale. Dopo la già anticipata “Reprieve” che era apparsa sul primo volume della compilation “Neurot Recordings” siamo alla title track, ammirevole per come, dagli accordi iniziali e dalle prime linee melodiche stentoree, costruisce un motivante refrain, composito e mai banale, in cui ogni strumento dà il suo apporto senza attirare egoisticamente l’attenzione, creando un’eufonia presto contraddetta da un improvviso cambio: un secondo movimento rock/modern jazz alla Portishead che termina con un cadenzato furioso sottolineato da un egregio lavoro di cimbali.
Ma bastava anche solo la futuristica ed atmosferica “Fevers”: che sa trovare la perfezione stilistica, il sentimento profondo, in un progressivo incedere in cui gli accordi azzeccano la melodia più solenne ed emozionale possibile, in cui le chitarre performano egregiamente tra potenza espressiva e dovizia di stile; e la batteria sottolinea alla perfezione l’enfasi e l’articolazione complessa del brano. Bastava questo capolavoro a spiegare che i Grails sono musicisti di calibro con il dono dell’emotività fra le mani. Già ora, ai primi passi della loro carriera, stanno parlando con una musica che può raggiungere l’orecchio e la sensibilità di ogni buon intenditore. Confido che nello sviluppo, il quintetto di Portland diventi universalmente riconosciuto come uno degli act musicali più rilevanti di questo primo decennio del nuovo secolo.

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