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Grande capo Zakk Wylde

Zakk Wylde trasforma in tamarro tutto quello che tocca, dal southern rock alla cultura dei nativi americani, e solo la scarsa affluenza di pubblico ha evitato che l’Ippodromo Capannelle stasera si trasformasse in un motoraduno di harleysti ubriachi che si scazzottano sorridenti nella polvere.

Per dare tempo ai Romani di tornare dalle affollate spiaggie di Ostia, gli Archer ritardano di mezz’ora l’apertura dello show, un ottimo riscaldamento prima dei Black Label Society. Il giovane trio di Santa Cruz propone un heavy/thrash che i capelloni coi gilet di jeans definirebbero, facendo le cornine, vecchia scuola e che effettivamente negli anni ’80 sarebbe passato inosservato, tanto è canonico. Per fortuna c’è tantissima gente col gilet di jeans che apprezza e poga.

Quando il telone nero che aveva coperto il palco cade, urla di sorpresa ammirazione devozione accolgono Zakk Wylde con il copricapo indiano, look appropriato per l’opener “Crazy Horse”. Come gli altri pezzi tratti dall’ultimo “Order Of The Black” la resa live è strepitosa, che si tratti dell’anthemica “Overlord” o della ballad con piano “Darkest Days”. Wylde e la sua banda di beoni sono in gran forma e infilano nella scaletta tutti i loro successi, che il pubblico accompagna con voce e collo. Ci sono le canzoni più spaccone come “Concrete Jungle”, “Born To Lose” e “Suicide Messiah” e quelle più “accomodatevi sulla sedia a dondolo e accendete la pipa di pannocchia” come “The Blessed Hellride”, c’è “Bleed For Me” cantata da TUTTI e “Fire It Up” che introduce l’assolo di Zakk: 15 minuti di fast e chicken picking che ipnotizzano il pubblico fino a “Stillborn”, che l’ha mandato a casa sfinito e contento.

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