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    Grave Digger

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Kings of the hill

Dopo aver deluso molti con “Liberty Or Death”, i Grave Digger sembrano essere corsi prontamente ai ripari per allestire il nuovo “Ballads Of A Hangman”, debutto su Napalm Records che inaugura nel segno della tradizione il nostro 2009 metallico.

L’intervento del leader Chris Boltendahl si è concentrato fondamentalmente su due punti. In primo luogo l’ingresso di Thilo Hermann, ex-chitarra dei Running Wild, consolida definitivamente la posizione di dominio nel panorama metal teutonico, proseguendo ad inglobare membri di quelle band, Running Wild e Rage, con cui fino a una manciata di anni fa i Grave Digger condividevano a posizione di spicco.
Per quanto riguarda l’aspetto prettamente sonoro, invece, la soluzione è stata individuata in un ritorno alla semplicità e alla schiettezza dei primi anni ’90, quando l’epicità della serie partita con “Tunes Of War” (1996) e terminata con “Rheingold” (2003) non era ancora un elemento fondante della scrittura musicale.

Ne risulta, inevitabilmente, un altro passo avanti nel processo di inaridimento caratteriale già in corso e causa di alcuni episodi certamente non memorabili. Altrettanto sarà “Ballads Of A Hangman”, anche se lo aspetta probabilmente un destino migliore di quello del predecessore. Proprio questo prosciugamento fa sì che, a scapito di un heavy metal molto scarno e al solito roboante, emergano sempre più forti i riferimenti stilistici ad altre realtà, contestualmente allo sbiadirsi dei propri tratti distintivi. Per questi aspetto l’andamento maideniano di “Grave Of The Addicted” è a dir poco esemplare.
Anche lo stesso ossimoro vocale di “Lonely The Innocence Dies”, in cui Boltendahl duetta con Veronica Freeman, non regge il confronto con il fascino delle metal ballad caratteristiche di dischi come “Excalibur”.

Se, quindi, i Grave Digger sono ormai una all-star-band sopra le righe per qualità tecniche e meriti storici, “Ballads Of A Hangman” non fa altro che confermare l’assenza di sorprese degne di nota, che siano positive o negative, rispetto al trend degli ultimi anni. Una prevedibile staticità, consacrata nel nome della tradizione heavy metal, alla quale preferiremmo si associasse comunque un pizzico di personalità in più.

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