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Spunti di qualità

Con “Heart Of Darkness” si entra nel cuore dell’era Lulis dei Grave Digger. Il chitarrista, ora non più nella band a causa di divergenze piuttosto “accese”, ha sicuramente portato negli anni ’90 una ventata di novità nel sound di questi tedeschi, precedentemente ancorati ad un heavy metal molto classico, semplice e diretto. Le chitarre in particolare cominciano ad assumere il suono roboante caratterizzante tutti gli album a seguire e paragonabile a quello di ruggenti motori in gabbia, pronti a partire ad altissime velocità. E sono proprio queste che contraddistinguono la prima canzone “Shadowmaker”. Quello che la differenzia dalle vecchie produzioni dei GD è soltanto l’ottima produzione, mentre gli aspetti più interessanti tardano soltanto qualche minuto.
“Demon’s Day”, con la sua eccezionale intro acustica, mostra come i momenti soffusi possano rendere poi le esplosioni più violente e incisive. Al ruggire delle chitarre poi si unisce quello del cantante Chris Boltendahl, talmente ruvido da essere a tratti sgraziato, ma unico nel rendere il background musicale ancora più sporco e abrasivo. Il meccanismo vincente si ripete anche in “Warchild”, che apre con il “Valzer Delle Candele”, il quale viene bruscamente spazzato via da chitarroni devastanti, per una canzone che, visti anche i ritmi sostenuti, diventa sempre più uno schiacciasassi. Ben consci del fatto che non ci sia due senza tre, anche la title track ha un attacco soffuso, con nuovi break tra una sfuriata e l’altra. Dopo questo trittico, senza dubbio la parte migliore del disco, ci si rende conto che la maggiore duttilità della band, finalmente più libera da strutture fin troppo semplici e lineari, fa la fortuna di questo album.
In conclusione si ritorna comunque su binari maggiormente convenzionali, con risultati alterni. “Circle Of Witches” si segnala per gli evocativi duetti vocali, mentre “Black Death”, un mid-tempo che fa il paio con “The Grave Dancer”, non aggiunge nulla a quanto detto, se non un terzo stile di forma canzone.

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