Home > Recensioni > Grave Digger: Rheingold

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Se non è oro, comunque luccica

I Grave Digger amano visceralmente i concept album, tanto da non essersi lasciati sfuggire alcuna occasione discografica, a partire da metà anni ’90, per dedicare un’intera uscita a una storia, o quantomeno a un singolo tema, come accaduto nel 2001 per l’emblema della rivalsa, “The Grave Digger”. In questo caso tocca all’oro del Reno, che riflette la struttura della “Tetralogia” di Richard Wagner, altrimenti detta “L’Anello Del Nibelungo”, ulteriore testimonianza del sempre chiacchierato rapporto tra metal e musica classica.

Da questo tema portante è fin troppo facile dedurre un carattere epico per “Rheingold”. In effetti, scemata l’introduzione di routine, la title track preannuncia gli antagonisti del caso per il rutilante riffing da sempre marchio di fabbrica dei tedeschi. Cori in parte memori dello stile melodico definito da “Excalibur” e in parte di quello del discusso “Knights Of The Cross” si affiancano a strutture pompose che tendono a ricreare la grandeur della fonte di ispirazione classica, senza peraltro riscuotere grandi successi, soprattutto nel caso della conclusiva “Twilight Of The Gods”, che si perde nell’osare oltre le rituali chitarre a motosega.

Ad ogni modo, le asce graffianti e la voce ruvida di Boltendahl giocano ancora il loro ruolo in tracce al fulmicotone come “Liars”, cadenzati mid-tempo come “Sword” o episodi più variabili come “Valhalla” e “Giants”, in cui i cori e le aperture melodiche riescono a reggere come un tempo. Pur non presentando i migliori Grave Digger e insistendo a volte sui lati più deboli delle precedenti uscite, “Rheingold” si colloca in degna posizione tra i dischi heavy metal di inizio millennio, riuscendo anche ad aggiungere quel pizzico di carattere in grado di renderlo riconoscibile.

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