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  • Grave Digger: Symphony Of Death

    Grave Digger

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Assolutamente non necessario

Singolare album di passaggio per i Grave Digger. Le tracce sono sette, tra cui un’intro, per una durata di venti minuti, o poco più.
Il Becchino ancora si sta riprendendo dalla decisiva pausa che si è preso nella sua carriera, nettamente spezzata in due tronconi che presentano stili, seppur non molto distanti, ben distinti. La pausa di sette anni è stata interrotta dal buon “The Reaper” e ancora un anno dopo sono rimaste delle ruvide tracce, segni di rivalsa, che possono vedere la luce con “Symphony Of Death”, la prima apparizione in copertina della morte, cara amica dei Grave Digger.
È facile intuire come lo stile sia molto vicino a quello del precedente episodio: heavy metal molto semplice, sparato e diretto, ma anche quadrato, solido e pesante, qualità non così presenti agli esordi della band. Dunque, nonostante Chris urli sguaiato “Back To The Roots”, i Grave Digger sono cambiati, sono definitivamente diventati ciò che la band sarà negli anni ’90, ossia una bella copia di quanto accennato primitivamente nel decennio precedente.
Certo, “Shout It Out” dimostra come la vena anthemica sia ancora molto forte, ma non lontano dall’esaurirsi, basterà infatti “Heart Of Darkness”, un anno dopo, per complicare leggermente, quanto basta, il songwriting.
Nel frattempo ci si può accontentare, anche se “The Reaper” si fa nettamente preferire a questo ibrido, nato principalmente per la voglia di strafare della band, una volta ritornata in pista.

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