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    Grave Digger

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Siamo di nuovo qui, dicono i Grave Digger

“The Grave Digger” è un album incazzato. Incazzato nero, a giudicare dal colore dominante della versione in digipack. Non per niente, poi, si ritrova un titolo che, all’apparenza insignificante, vuole invece mettere in chiaro parecchie cose, tra cui il fatto che di Becchino ce n’è uno soltanto ed è pronto a farsi valere, più agguerrito che mai. Non è la prima volta che i Grave Digger tornano sul mercato dopo qualche turbolenza interna e anche questa volta, dopo l’abbandono di Uwe Lulis e i susseguenti litigi/proclami, il ritorno si rivolge a tutti i fan con un bel “patti chiari, amicizia lunga”. E lunghissima sarà la devozione degli affezionati per una formazione dalla carriera ventennale che, affiancata da un chitarrista esperto come Manni Schmidt, è ancora in grado di rimettersi in gioco con tale decisione.

Che poi la qualità dell’album non sia ai livelli più alti, toccati una manciata di anni prima, è un altro discorso, che vede come interlocutori riff molto ruvidi, accompagnati da ritmiche che non si rifanno tanto al power metal accennato su “Excalibur”, quanto ad un heavy metal più quadrato e stagionato (se non in rari esempi), seppure il cantanto e i cori ricordino a tratti il disco pre-split. A questo proposito c’è da dire che, contemporaneamente, vengono a mancare sia l’appeal che l’epicità di certe soluzioni passate, relegando quindi a interesse principale il chitarrismo del nuovo arrivato.

È quindi tra un’atmosfera cimiteriale e un tocco scuro, ispirato dalle distrubanti visioni di E.A. Poe, che i nostri portano a casa il pacchetto “bentornato” a prezzo scontato, lasciandoci in cambio un disco che non si fa tanto voler bene per i picchi compositivi, quanto per il semplice fatto di esistere.

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