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  • Grave Digger: The Last Supper

    Grave Digger

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L’heavy metal è sacro

Non è un concept sulla morte del Cristo, ma poco ci manca. “The Last Supper” si abbandona a tematiche religiose, senza un comune filo narrativo ben preciso, per tenere alto l’onore dell’heavy metal granitico dei Grave Digger. Come prevedibile, dopo aver ricevuto alcune critiche per l’orientamento epico del precedente “Rheingold”, così come era successo per “Knights Of The Cross”, i tedeschi tornano a scrivere pezzi più semplici e dritti al sodo.

Così non farebbe supporre la title track, ancora una volta posta a seguito di un’intro atmosferica: il refrain melodico fa infatti aleggiare un velo di noia sul tavolo dell’ultima cena, oltre ad introdurre un corposo groove che tornerà anche in seguito. Le ipotesi nefaste si diradano comunque già dalla roboante “Desert Rose”, in cui le chitarre riaccendono il motore e i cori tornano imponenti. A seguire si cambia velocità tra proiettili degni dei primi Digger a pezzi più cadenzati, mantenendo in ogni caso una buona presa sull’ascoltatore.

Significativo, ad aprire la seconda parte del disco, il credibile lamento di “Crucified”, in cui il divino protagonista interroga l’onnipotente padre sulla necessità della sua morte. Lo seguono altri brani di livello, seppur meno caratteristici dei migliori concept a cui ci hanno abituato i Grave Digger. L’headbanging, comunque, non scende mai sotto i livelli di guardia e “The Last Supper” riesce a tenere ancora vivo il fuoco del fuckin’ heavy metal.

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