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Graveyard: Luci accese sull’hard-blues

Il batterista Axel Sjöberg – a destra nella foto – e LoudVision hanno scambiato qualche opinione sul nuovo disco “Lights Out” e sulle vicissitudini dei Graveyard, band di hard rock-blues proveniente dalla Svezia e sprizzante lampi di vero genio già dall’album precedente, “Hisingen Blues”. Meteore o stelle? Solo gli incassi potranno dirlo, intanto la parola va ad Alex.

Benvenuto su LV Alex. Quanti tour negli Stati Uniti avete fatto negli ultimi anni? Cinque?
Possibile? Ma non tutte le visite sono stati tour veri e propri. Mi pare siano stati tre o quattro tour e una o due visite brevi, per festival o cose così.

A partire dalla pubblicazione di “Hisingen Blues” il successo della band è stato notevole. Potete finalmente vivere di solo rock ‘n roll?
In effetti tutto sta andando molto bene e siamo molto soddisfatti del lavoro con la Nuclear Blast. E poi sì, siamo musicisti a tempo pieno, lo siamo sin dai tempi di “Hisingen Blues”. Ma siamo ben lontani dall’essere dei milionari del rock, eh!

Che cosa avrà il pubblico con “Lights Out”, un nuovo album completamente in analogico?

Esattamente. “Lights Out” è un disco a più ampio spettro dei precedenti. Musicalmente è sia più leggero che più pesante, l’umore di fondo è forse un po’ più tetro e dialoga maggiormente con alcune criticità sociali.

È vero che scrivete le vostre canzoni principalmente in tour?
No, ci dà un sacco di problemi concentrarci su queste cose in tour. Ma abbiamo lavorato duro nel tempo libero.

È lecito aspettarsi, col disco, un nuovo carico di vintage hard rock-blues?
Mmmh chissà se piacerà in questo caso. Come già dicevo, sarà più comprensivo e più oscuro. E poi non userei la parola “vintage”: direi hard rock-blues contemporaneo, con un sacco di altre influenze.

In passato, avete avuto grande attenzione per le pubblicazioni dei vinili dei vostri dischi.

Questa volta ci saranno due edizioni in vinile. Ma non è una cosa che ci impegna molto, fa parte del lavoro dell’etichetta. Logicamente io preferisco i vinili, perché la copertina rende di più e la qualità del suono è superiore.

In altre interviste avete spiegato che tutti quanti vi occupate dei testi, i quali peraltro rimangono abbastanza vaghi. Significa che non sono molto importanti?
No, significa esattamente che tutti e quattro scriviamo i testi. Comunque, su quest’album, sono io ad aver scritto la maggior parte delle lyrics, mentre Joakim non ne ha scritta alcuna.

Il team di studio, con a capo Don Ahlsterberg, è rimasto invariato?
Sì, più o meno è sempre quello. Stesso studio, stesso produttore, stessa gente. Ma la consolle era nuova!

Te la sentiresti di parlare di progressione artistica tra “Hisingen Blues” e “Lights Out”?
Certo, o almeno questa è la speranza. Per molto tempo, indietro alle registrazioni del primo disco, non eravamo una band. Da allora siamo stati moltissimo in tour e abbiamo sviluppato il nostro talento musicale. Penso che chiunque possa percepire la maturità che intercorre tra il primo album e quello nuovo.

Cosa potete dire dei fan che vengono ai vostri concerti negli Stati Uniti? Più partecipi di quelli europei?
No. Penso che la principale differenza sia tra città e non tra nazioni. I confini tra Paesi sono solo qualcosa che individui con denaro e potere ha eretto per controllare le persone. La gente normale come noi e voi è più o meno la stessa in tutto il mondo, siamo fighi e ci piace la musica rock.

Della vostra musica si potrebbe dire che è vintage rock internazionale, senza alcun connotato locale. Ti sembra sensato?
Sul vintage no, sull’internazionale sì. Penso che sia senza tempo e nazionalità, io odio i nazionalismi.

Il nome del chitarrista Jonatan Larocca-Ramm mi suona un po’ italiano. È così?
In realtà è il nome di sua moglie, la cui famiglia credo abbia origini italiane.

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